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Emergenza caldo, ok alla cassa integrazione. Ma nei prossimi decenni si rischiano di perdere fino a 9,5 punti di Pil

La decisione del Governo mentre Bankitalia pubblica uno studio che allarma il mondo dell'economia

Il Governo ha approvato il decreto con le misure urgenti in materia di tutela dei lavoratori in caso di emergenza climatica. Il provvedimento estende fino a fine 2023 la cassa integrazione per edili, lapidei e agricoltori in caso di caldo eccessivo o maltempo, escludendola dal conteggio previsto. Restano però esclusi gli stagionali. Mentre restano possibili le intese tra lavoratori e datori di lavoro.

Fatto sta che questa decisione arriva all’indomani non solo dell’ondata di calore eccezionale che ha colpito l’Italia, ma anche dell’allarme lanciato da Bankitalia secondo cui caldo e gas serra freneranno anche il Pil. Palazzo Koch ha stimato che da qui al 2100, si perderanno 9,5 punti di crescita per gli eventi estremi. Significa che il riscaldamento climatico costerà all’Italia una perdita equivalente a due o tre Pnrr.

Ma sono tre i dati che emergono dalla ricerca. Il primo è che le temperature medie in Italia sono aumentate di circa 2 gradi dall’inizio del secolo scorso, con una sostanziale omogeneità dei trend di crescita a livello territoriale. Il secondo è che gli aumenti hanno avuto un impatto negativo sulla crescita del Pil pro capite, accentuatosi alla fine del Novecento assieme all’incremento delle temperature nel periodo 1981-2001. Il terzo è che, ribaltando le serie storiche sul futuro prossimo, l’impatto sarà anche peggiore: incrementi da qui al 2100 di altri 1,5 gradi ridurrebbero la crescita economica fino a ottenere nel 2100 un livello di Pil pro capite inferiore tra il 2,8% e il 9,5% rispetto alle proiezioni che non ne tengono conto.

E c’è da dire, a tal proposito, che lo scenario con l’aumento delle temperature di un grado e mezzo è quello ottimale: è quello che il mondo sta provando a raggiungere dopo gli accordi Cop 21 di Parigi del 2015, per di più con scarso successo. Bankitalia, quindi, ha condotto sostanzialmente una ricerca su dati ottimistici. Ma i danni che prevede sono di due tipi. Di mercato, soprattutto nel settore agricolo dove le variazioni del clima influenzano l’offerta e i prezzi delle materie prime in modo lineare, ma anche nella manifattura e nei servizi, con una generale riduzione della produttività dei lavoratori e flessione degli investimenti nei settori più esposti al riscaldamento globale. E non di mercato, che riguardano le perdite di benessere derivanti da un clima meno ospitale e più variabile che determina un degrado degli ecosistemi e una minore biodiversità.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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