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Chi è più libero è più ricco

Lo si evince dalla classifica dei Paesi redatta con l'Index of Economic Freedom della Heritage Foundation che relega l'Italia in basso, come sottolinea Alessandro De Nicola, presidente della The Adam Smith Society. Ricordando (anche) una famosa battuta di Woody Allen: "Se il denaro non dona la felicità, figuriamoci la miseria"

Alessandro De Nicola, presidente di The Adam Smith Society ETS, associazione culturale no profit attiva nello studio e nella diffusione dei principi dell’economia di mercato, della concorrenza e della libera iniziativa, dalle colonne de La Stampa, ha diffuso la notizia secondo la quale l’Index of Economic Freedom 2024, pubblicato poche settimane fa dalla Heritage Foundation di Washington, analizzando dodici libertà fondamentali, ha relegato l’Italia solo al trentesimo posto nel campo della libertà economica: un dato preoccupante.

Nel fare questa classifica, l’indice, ha spiegato De Nicola, tiene conto del “ruolo importante che rivestono le libertà che rientrano nel capitolo “Rule of Law” (Stato di diritto) vale a dire rispetto dei diritti di proprietà, efficacia del sistema giudiziario e integrità del governo (o se si preferisce, corruttibilità). Seguono, poi, il capitolo sulla regolamentazione, diviso in libertà d’impresa, mercato del lavoro e ‘Monetary Freedom’ (inflazione, controllo pubblico dei prezzi e sussidi); il classico estensione dello Stato, diviso in bilancio pubblico, peso fiscale e spesa pubblica; infine, apertura del mercato che comprende libertà di commercio con l’estero, libertà di investimento e libertà finanziaria.

Alessandro De Nicola

Ora, continua sempre De Nicola, “l’Index assegna un punteggio che va da 1 (oppressione totale) a 100 (completo laissez-faire), dividendo i Paesi in cinque categorie: “liberi”, con punteggio sopra 80; “prevalentemente liberi”, da 70 a 80; “moderatamente liberi” da 60 a 70; “per lo più oppressivi” da 50 a 60 e infine “repressi” da 50 in giù”.

“La tassonomia – spiega lo studioso – ci serve per constatare alcune cose interessanti. La prima è che più si è liberi più si è ricchi. La differenza di reddito tra i Paesi del quintile più alto e l’ultimo è di 10 a 1. Ma anche il secondo quintile batte quello in fondo 6 a 1. Per quanto ci si preoccupi delle diseguaglianze generate dal sistema capitalistico, nei Paesi che sono nei primi tre quintili in classifica (81 in tutto) il tasso medio di estrema povertà della popolazione (secondo le metriche Onu) è dell’1,9% mentre nei rimanenti 95 Paesi si attesta al 15 4%”.

“Ma attenzione – avverte De Nicola – perché le posizioni non sono eterne. Un dato molto interessante è che, a prescindere dalla ricchezza o dalla situazione di partenza, chi negli ultimi 30 anni ha aumentato la libertà economica è cresciuto in media del 2,6% l’anno, chi l’ha diminuita solo dell’1,7%. Insomma, chi si è liberalizzato è cresciuto del 55% in più. Se portiamo il paragone a 20 anni, la differenza è 2,7% a 2%, il 35%”.

“D’altronde – continua l’economista – sembra confermato l’aforisma di Woody Allen: “Se il denaro non dona la felicità, figuriamoci la miseria”. Invero, i Paesi liberi e ricchi sono quelli che presentano il punteggio più alto pure sotto il profilo dello Human Development Index redatto dalle Nazioni Unite e che tiene in conto la salute, l’istruzione, le opportunità, l’aspettativa di vita e così via. Le correlazioni tra libertà economica e democraticità del governo o innovazione mostrano la stessa situazione: libertà economica, politica e innovazione vanno a braccetto”.

Ma l’Italia? “Il nostro Paese, con il punteggio di 60,1, si colloca all’81esima posizione, l’ultima prima del limbo della categoria dei Paesi prevalentemente repressi. Peraltro, il nostro score è in discesa di 2,2 punti e di ben 12 posizioni rispetto all’anno prima e forse ci si potrebbe stupire: come mai? Il Pnrr, gli sconti fiscali del Superbonus che alleggeriscono il carico tributario, le annunciate leggi sulla concorrenza: tutte chiacchiere”, sottolinea De Nicola.

“La realtà è che le riforme Draghi non si sono fatte, l’allegria della spesa non si è fermata, il prelievo fiscale nemmeno, la golden power del governo interferisce con troppi investimenti e la burocrazia è inefficiente e prigioniera delle consorterie. Dirigisti e corporativisti di ogni genere pullulano al governo ed in parlamento e forse sarebbero tentati di festeggiare – conclude il presidente della The Adam Smith Society – ma visto quel che capita a chi segue le nostre politiche i cittadini hanno invece da esser preoccupati”.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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