Il Rapporto GEM (Global Entrepreneurship Monitor) Italia 2025-2026 fotografa un Paese nel quale quasi un adulto su cinque dichiara l’intenzione di avviare un’impresa, ma solo l’11% arriva effettivamente ad attivarsi. Come dire: tra il dire e il fare c’è troppo spesso il mare, tant’è che l’Italia si colloca solo al trentesimo posto su 48 Paesi per propensione imprenditoriale. E anche la nostra mitica manifattura non regge più il passo dei tempi.
Per fortuna, emergono segnali più incoraggianti dall’high-tech e dalle attività legate a digitale, intelligenza artificiale e sostenibilità. La questione, in ogni caso, sembra quella delle competenze necessarie per fare impresa e per affrontare il mercato del lavoro: stanno cambiando più rapidamente dei percorsi formativi.
Anche per questo le aziende faticano a trovare profili capaci di combinare competenze tecniche, conoscenza dei settori, capacità di gestione e comprensione delle nuove tecnologie. Il tema, quindi, non è solo quanti nuovi imprenditori l’Italia riesca a generare, ma quanto il sistema Paese sia in grado di ospitarli.
Alessandra Micozzi, coordinatrice scientifica del GEM Italia e direttrice del Dipartimento di Economia, Statistica e Impresa di Universitas Mercatorum, in un’intervista a economymagazine.it, l’ha messa così: “Il dato più significativo riguarda il gap imprenditoriale, ossia la discrepanza tra volontà di attivare un’impresa e la reale attivazione: nel 2025, quasi il 20% degli adulti intervistati in Italia intende avviare un’impresa, solo l’11% si attiva e le nuove iscrizioni restano molto inferiori a quelle registrate nel 2010″.
Micozzi ha sottolineato alcune debolezze strutturali: “I giovani partecipano meno rispetto ad altri Paesi avanzati, le nuove imprese hanno aspettative occupazionali prudenti e permane un forte gender gap. Sono invece incoraggianti la crescita dell’high-tech e l’attenzione a digitale, IA e sostenibilità”
In ogni caso, per la responsabile di Gem Italia, “l’Italia soffre del cosiddetto “paradosso europeo”: gli scaffali dei nostri centri di ricerca sono ricchi di risultati scientifici e tecnologie potenzialmente innovative, ma si fa fatica a valorizzarli, a trasferirli al mercato e a trasformarli in progetti imprenditoriali credibili e scalabili. Il gap imprenditoriale è alimentato dalla scarsa percezione di avere le competenze necessarie ad avviare una impresa, la limitata capacità di riconoscere opportunità, e l’avversione al rischio. Quest’ultima è direttamente collegata alla paura di fallire, una barriera emotiva di natura strutturale che impatta in maniera significativa sulla dinamica imprenditoriale italiana. I nostri studi mostrano che non basta un titolo di studio per avviare un’impresa: contano l’esperienza specifica nel settore e la fiducia nella propria capacità di agire. Poi sono necessari i fattori esterni, quindi la facilità di accesso alla finanza, una rete professionale consolidata, modelli di riferimento virtuosi e chiarezza delle regole”.

