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La scuola è aperta a tutti. Ma chi sono “tutti”?

A proposito della proposta del governo di introdurre il tetto del 30% agli alunni stranieri

In questi giorni, si discute della possibilità di introdurre un tetto alla presenza degli studenti stranieri nelle classi italiane. È un tema delicato, sul quale è facile schierarsi immediatamente: favorevoli o contrari, integrazione o discriminazione, sicurezza o accoglienza. Io, invece, prima di farmi un’idea definitiva, ho sentito il bisogno di fare una cosa molto più semplice: andare a rileggere la Costituzione.

L’articolo 34 comincia con cinque parole che conosciamo tutti, ma sulle quali forse ci soffermiamo troppo poco: «La scuola è aperta a tutti».

Mi ha colpito soprattutto quell’ultima parola. Tutti.

Perché i nostri Costituenti le parole le pesavano. E quando volevano riferirsi esclusivamente ai cittadini sapevano farlo. «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale», leggiamo nell’articolo 3. «Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente», nell’articolo 16. «Sono elettori tutti i cittadini», nell’articolo 48.

Nell’articolo 34, invece, non scrissero cittadini. Scrissero tutti.

Sono andato allora a cercare cosa fosse accaduto durante i lavori preparatori e la storia diventa ancora più interessante. Il testo arrivato all’Assemblea diceva inizialmente: «La scuola è aperta al popolo». Il 30 aprile 1947 alcuni Costituenti proposero di cambiare quella formulazione e di scrivere proprio «La scuola è aperta a tutti». Il relatore Corbino si espresse favorevolmente e l’Assemblea approvò quella modifica.

Bisogna essere intellettualmente corretti: sarebbe una forzatura sostenere che nel 1947 i Costituenti stessero pensando ai fenomeni migratori che conosciamo oggi. L’Italia di allora era profondamente diversa. Ma resta un fatto: avevano a disposizione parole più ristrette e alla fine ne scelsero una straordinariamente larga.

Tutti.

Ed è proprio questa parola che dovrebbe accompagnare il dibattito di oggi.

Perché il problema posto dal Governo esiste e non credo sia utile negarlo. Una concentrazione molto elevata di ragazzi che non conoscono adeguatamente l’italiano può creare difficoltà didattiche e può perfino produrre l’effetto contrario all’integrazione: comunità che crescono una accanto all’altra senza incontrarsi davvero. Evitare classi-ghetto e favorire l’apprendimento della lingua è quindi un obiettivo sul quale vale la pena confrontarsi seriamente.

Ma qui nasce la domanda che mi interessa.

Il problema è essere stranieri o non essere ancora integrati linguisticamente?

Perché non sono la stessa cosa.

Possiamo avere un bambino senza cittadinanza italiana nato a Roma, Milano o Palermo, che parla italiano da quando ha pronunciato la prima parola, che ha frequentato qui l’asilo, che tifa la stessa squadra dei suoi compagni e che conosce dell’Italia forse soltanto l’Italia. E possiamo avere situazioni completamente differenti, nelle quali un ragazzo appena arrivato ha realmente bisogno di un percorso linguistico e di integrazione.

Metterli nella stessa categoria soltanto perché sul documento compare una cittadinanza diversa rischia di utilizzare uno strumento troppo semplice per affrontare un problema molto più complesso.

Per questo, prima ancora di discutere sulla percentuale — 20, 30 o 40 per cento — discuterei del criterio.

Se il problema è la lingua, misuriamo la conoscenza della lingua e investiamo per migliorarla. Se il problema è la concentrazione, costruiamo meccanismi territoriali equilibrati. Se alcune scuole sopportano un peso maggiore, diamo loro più insegnanti, mediatori, strumenti e risorse. Se vogliamo integrazione, organizziamo l’integrazione.

Ma non trasformiamo automaticamente un passaporto in un indicatore educativo.

Forse è proprio questo che quel lontano «tutti» continua a suggerirci.

Non ci dice che la scuola non possa avere regole. Non ci dice che i problemi dell’integrazione vadano ignorati. E certamente non offre da solo la soluzione a fenomeni che nel 1947 erano difficilmente immaginabili nelle dimensioni attuali.

Ci impone, però, una domanda prima di qualsiasi scelta.

Chi abbiamo davanti: uno straniero o un ragazzo?

La Costituzione, quasi ottant’anni fa, scelse una parola.

Non italiani. Non stranieri. Non cittadini.

Tutti.

E forse, prima di mettere un numero dentro una classe, dovremmo ripartire proprio da lì.

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Collaboratore - Articoli pubblicati: 26

Commercialista e tributarista, con una consolidata esperienza nella consulenza d’impresa e nel diritto tributario. Presidente di UIFOR – Unione Italiana Forfettari, il primo sindacato dedicato ai contribuenti in regime forfettario, affianca professionisti e imprese nella crescita e nell’innovazione, con uno sguardo particolare allo sviluppo del Mezzogiorno. Appassionato di economia, politica e cultura mediterranea, crede nella costruzione di reti e comunità come strumento di progresso. Vive tra Roma e il Sud Italia, da dove trae energia e ispirazione anche grazie alla sua famiglia e al territorio, che rappresentano la radice più autentica del suo percorso umano e professionale.

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