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L’amaro paradosso legato ai Neet

La maggior parte dei giovani inattivi si concentra al Sud, ma i fondi per cercare di risolvere il problema il Governo li destina al Nord

L’Italia, si sa, è il Paese dei paradossi. L’ultimo riguarda i Neet, cioè i giovani tra 15 e 34 anni che non studiano né lavorano né sono inseriti in percorsi formativi. Quasi il 28% di questi si concentra nel Sud, a differenza del Nord dove quel valore si aggira più o meno intorno al 15%. Eppure volete sapere a chi è destinata la maggior parte degli incentivi che il governo Meloni ha previsto per favorire l’inserimento di quei ragazzi nel mondo del lavoro? A Regioni come Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna. È uno scherzo? Purtroppo no. Si tratta dello scenario che emerge da un’attenta analisi delle misure contenute nel decreto Lavoro.

A maggio scorso, Palazzo Chigi ha stanziato 85,7 milioni di fondi europei grazie ai quali le imprese che assumono Neet con meno di 30 anni si vedono “rimborsato” il 60% della retribuzione mensile lorda per un massimo di 12 mesi. Già abbiamo avuto modo di sottolineare, su queste pagine, i limiti di questa misura che ha comunque il merito di riconoscere in modo concreto il dramma dei Neet: non è strutturale, perché destinata a scadere il prossimo 31 dicembre, e ha un approccio aziendalistico, nel senso che agisce soltanto sulla proposta di lavoro e non sulle complessive condizioni di vita dei giovani.

Ma i problemi veri sono altri. Il primo è emerso pochi giorni fa, quando sul sito dell’Inps è stato pubblicato il modulo di domanda online per le aziende che intendano prenotare l’incentivo. Dalle istruzioni operative diffuse dall’Istituto, infatti, emerge che quasi nessuno potrà beneficiare del bonus Neet “pieno” perché quell’incentivo si applica a vantaggio dei lavoratori per retribuzioni fino a 35mila euro annui ed è difficile che un giovane venga assunto con una paga superiore a quella cifra.

Ancora più sconcertante, però, è il criterio delle assunzioni previste per ciascun territorio, sulla base del quale il Governo ha deciso di ripartire gli 85,7 milioni stanziati tra le Regioni. Il risultato è che alla Lombardia, territorio in cui si registra una delle minori quote di Neet, andranno ben 24 milioni di euro, otto al Veneto, sei al Piemonte e sei e mezzo all’Emilia-Romagna. Briciole, invece, per Basilicata e Calabria, due tra le regioni in cui il numero di Neet è in assoluto più alto, che incasseranno rispettivamente 585mila euro e poco più di un milione e mezzo. Alla Puglia, dove sono addirittura 200mila i giovani che non lavorano né studiano, andranno quattro milioni, che non sono pochi in assoluto ma lo diventano se rapportati ai 24 destinati alla Lombardia.

Insomma, chi dal decreto Lavoro del governo Meloni si attendeva una riduzione del numero dei Neet è probabilmente destinato a rimanere deluso. Ancora di più chi, forse troppo ingenuamente, sperava che da certe misure potesse derivare una riduzione dello storico divario occupazionale tra Nord e Sud. Per come è strutturato, infatti, il bonus Neet rischia addirittura di determinare l’ennesima migrazione di giovani dal Mezzogiorno alle regioni settentrionali, depauperando ulteriormente un’area del Paese che ha bisogno di competenze, conoscenze, talenti, idee ed entusiasmo.

Ragion per cui sarebbe il caso di rivedere requisiti di assegnazione e criteri di distribuzione dei fondi, ma anche di completare le misure inserite nel decreto Lavoro con altre previsioni: corsi di formazione ad hoc, sportelli del lavoro “rafforzati”, incentivi ad attività di orientamento e formazione dei giovani. Sempre che non si voglia condannare il Sud a un futuro di disoccupazione, depressione, mortificazione.

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Direttore Editoriale - Articoli pubblicati: 102

Libero Professionista, impegnato oltre che sul fronte dei servizi e prestazioni connesse al tema della prevenzione degli infortuni in ambienti di lavoro, ha maturato una notevole esperienza nell’ambito delle relazioni sindacali, ed oggi è tra i fondatori di diverse realtà sindacali di carattere Nazionale.

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