Chi l’ha detto che quando non ci si sente bene non si lavora? Di sicuro non la pensa così l’85% dei dipendenti, che preferisce essere in servizio anche quando non è in buone condizioni di salute anziché prendere un giorno di malattia. E forse non c’è nemmeno da meravigliarsene, se si pensa che l’88% dei dipendenti lavora anche al di fuori dell’orario previsto e il 53 prova addirittura senso di colpa quando deve chiedere ferie o permessi. La cultura della reperibilità continua emerge dal sondaggio European Always-On Workforce 2026, che analizza il rapporto degli europei con orari di lavoro, ferie, malattia e disponibilità anche al di fuori della normale giornata lavorativa.
Il confine tra lavoro e vita privata, dunque, diventa sempre più labile. Per molti dipendenti, non sentirsi bene non significa necessariamente fermarsi. Alla domanda se abbia mai lavorato pur sentendosi male, invece di prendere un giorno di malattia, i dipendenti risponde così: 30% sì, spesso; 55 sì, occasionalmente; 15 no. Complessivamente, l’85% degli intervistati dichiara di aver lavorato almeno occasionalmente pur non sentendosi bene, mentre quasi un terzo afferma di farlo spesso.
Anche durante le vacanze, non sempre si stacca del tutto. Solo il 37% dei dipendenti dichiara di riuscirci completamente, il 47 ci riesce ma controlla occasionalmente le email, il 14 controlla regolarmente email o messaggi, il 2 continua a lavorare o a partecipare a riunioni o call. Nel complesso, il 63% dichiara di restare in qualche modo connesso al lavoro anche durante le ferie, sebbene nella maggior parte dei casi si tratti di un semplice controllo occasionale delle email più che di attività lavorativa vera e propria. Il 78% non nasconde la difficoltà a staccare mentalmente dai propri compiti.
Resta da capire perché i dipendenti non riescano a disconnettersi del tutto dal lavoro quando non versano in buone condizioni di salute e sono in ferie. Spesso la causa di questo approccio è da ricercare in fattori organizzativi come mancanza di colleghi che possano prendere in carico certe attività (30%) oppure carichi di lavoro eccessivi (27%). Altro elemento da tenere in considerazione è una cultura aziendale che schiaccia i lavoratori sotto il peso delle eccessive aspettative dei superiori (28%), del senso di colpa (18%) o della spiacevole sensazione di essere facilmente sostituibili (14%).
Bisogna fare i conti, poi, anche con fattori personali. Ed è qui che entrano in gioco difficoltà a gestire i confini tra lavoro e vita privata (15%), la ricezione di notifiche e messaggi di lavoro sul telefono (17%), la paura di perdersi comunicazioni e aggiornamenti importanti (9%). E a nulla vale il fatto che l’azienda si mostri rispettosa del tempo libero dei dipendenti: cio che è previsto dal contratto non basta a stroncare la cultura della reperibilità continua. Perché se i carichi di lavoro sono alti, il personale insufficiente e le aspettative altissime, è inevitabile che il dipendente resti connesso anche se malato o in ferie.

