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Chi investe nei giovani talenti cresce di più

Come e quanto lo indica il rapporto Cotec 2024 del centro studi Tagliacarne e di Unioncamere

Chi investe nei giovani talenti cresce di più. A indicarlo ora è anche il rapporto Cotec 2024 del Centro studi Tagliacarne e di Unioncamere secondo il quale la quota di aziende che si attendono quest’anno un aumento di fatturato è maggiore tra quelle che adottano pratiche per trattenere e attrarre talenti rispetto alle altre (41% contro 31%).

Emerge, così, una spinta alla competitività che si esprime anche sui mercati internazionali: un aumento dell’export, sempre nel 2024, è atteso dal 36% delle imprese “Talent strategy” contro il 26% nel caso delle altre imprese.

Gli effetti sono ancor più pronunciati se sono presenti laureati nelle discipline Stem, quelle cioè scientifico-tecnologiche.

La crescita economica, quindi, si accompagna anche a quella occupazionale visto che le aziende “Talent strategy” prevedono un aumento della forza lavoro più consistente rispetto a quelle che non lo sono (23% contro 17%).

Ma se complessivamente sono circa due terzi (66%) le imprese “Talent strategy”, la nota dolente è che questi giovani ad alto livello di istruzione, e di cui c’è bisogno, sono pochi, e una fetta se va pure via dall’Italia (l’Istat attesta che tra il 2012 e il 2021 circa 80 mila laureati sono emigrati), spinti dalla ricerca non solo di migliori retribuzioni, ma anche di maggiori possibilità di carriera, di sviluppo e di benessere aziendale, inclusa un’adeguata work-life balance.

È questa, quindi, una delle principali sfide per il mercato del lavoro, sia pubblico che privato, alle prese con le rivoluzioni green e tecnologiche e con la messa a terra del Pnrr. E considerata anche la forte denatalità che ogni anno fa perdere sui banchi 100/110mila studenti.

Certamente, un numero da cambiare in fretta è il basso tasso di laureati: siamo al penultimo posto nella classifica Ue di giovani tra i 25 e i 34 anni con un livello di istruzione terziaria (circa 29% contro il 41% della media Ue).

La quota di specialisti nelle discipline Stem, poi, è ancora troppo bassa: circa il 26,5% nel periodo 2011-2022. Abbiamo inoltre bisogno di 47mila diplomati Its Academy l’anno, e l’offerta invece è di poche migliaia.

Ma non è ancora tutto: abbiamo un problema di attrattività delle università italiane rispetto ai laureati internazionali. E anche la situazione dei dottorati di ricerca è analoga: poco allineata ai Paesi nostri competitor. Nel periodo 2012-2022 si conta una media di circa 9.500 diplomi di dottorato l’anno, dato peraltro in riduzione. Di essi il 48,3% ricade nell’area Stem, meno di 5mila l’anno, un valore assolutamente insufficiente per un Paese come l’Italia.

Allora: da dove può arrivare una spinta? Senz’altro dalle 13.402 start up innovative contate a fine 2023. Tuttavia, non c’è dubbio che la questione talenti è anche un problema di strategie organizzative. Le imprese che li trattengono utilizzano essenzialmente tre leve: incentivazione economica, flessibilità negli orari di lavoro, benefit aziendali. Ma la sensazione è che bisogna intervenire prima: dall’orientamento scolastico.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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