Che la locomotiva-Germania fosse inceppata, lo si sapeva già. E che il motore principale andato in avaria fosse quello dell’automotive, pure. Lo conferma la notizia secondo la quale Volkswagen ha deciso di non rinnovare una serie di accordi aziendali che regolano orari, indennità e benefit, aprendo la strada a una possibile revisione della settimana lavorativa di 35 ore per i suoi oltre 100 mila dipendenti in Germania.
La mossa segna un’escalation nel confronto con il sindacato IG Metall, che definisce la strategia un “ricatto” e si prepara a una “battaglia feroce”.
Il gruppo di Wolfsburg ha comunicato al consiglio di fabbrica la disdetta di dieci contratti aziendali su tredici, tra cui l’accordo-quadro che disciplina orari e straordinari, oltre a disposizioni su retribuzioni supplementari, indennità e formazione.
Gli accordi disdetti cesseranno di avere effetto dal 31 dicembre 2026, lasciando spazio a una nuova contrattazione su salari, orari e condizioni di lavoro.
Secondo la stampa tedesca, tra le materie sul tavolo potrebbe esserci proprio un’estensione dell’orario settimanale, attualmente fissato a 35 ore per molti lavoratori del settore metalmeccanico in Germania.
L’amministratore delegato Oliver Blume ha indicato che, per ridurre i costi, si potrebbe agire aumentando le ore lavorative a parità di stipendio oppure riducendo i giorni di ferie. Al che, IG Metall, che rappresenta la maggior parte dei lavoratori Volkswagen in Germania, ha respinto con forza le ipotesi di allungamento dell’orario e si appresta ad affrontare un autunno di trattative dure.
La leader del consiglio di fabbrica, Cavallo, ha parlato di “ricatto”, sottolineando come la crisi del settore auto tedesco – stretta tra transizione all’elettrico e concorrenza cinese – stia spingendo le aziende ad attaccare i capisaldi della regolamentazione del lavoro.
Prima di Volkswagen, anche Mercedes-Benz aveva avviato negoziati per portare la settimana lavorativa a 38–40 ore, segnalando una tendenza più ampia nell’industria automobilistica tedesca. Con decine di migliaia di esuberi già in programma e la minaccia di chiusura di quattro stabilimenti in Germania, la posta in gioco per lavoratori e sindacati è tra le più alte degli ultimi decenni. E potrebbe avere ripercussioni anche in Italia.

