Più investimenti, concorrenza, capitale umano, aggregazioni di impresa per far crescere la produttività e, di conseguenza, i salari: Michele Boldrin, professore alla Washington University di Saint Louis e segretario nazionale del partito “Ora!”, snocciola la sua ricetta liberale all’indomani del dossier con cui l’Ufficio parlamentare di bilancio ha certificato il crollo delle retribuzioni in Italia.
Professore, l’Upb dice che i salari dei dipendenti del settore privato sono praticamente fermi a trent’anni fa e che hanno perso il 6,6% in termini reali. Come si ferma questo calo?
«Il salario reale non “crolla” per caso: segue, nel medio periodo, la produttività del lavoro. La quale è sostanzialmente ferma da metà anni Novanta (mentre in Francia, Germania e Spagna è cresciuta). Finché quella non riparte, qualunque aumento nominale viene eroso dai prezzi o scaricato su inflazione e disoccupazione. Non lo si ferma indicizzando i salari (ci abbiamo già provato con la scala mobile: alimenta l’inflazione, non il potere d’acquisto), ma alzando il denominatore: investimenti, concorrenza, capitale umano, dimensione d’impresa. Tutto il resto è cosmetico. La perdita recente del 6% è reale, ma è la punta dell’iceberg di trent’anni di stagnazione della produttività, non un fenomeno degli “ultimi anni”. Si calcola che negli ultimi quattro anni la produttività del lavoro sia diminuita del 7%: in assenza di una drastica inversione di tendenza questa diminuzione annuncia ulteriori riduzioni dei salari reali negli anni a venire».
La contrattazione collettiva non tiene il passo dell’inflazione: è il momento di rivedere il modello del 1993?
«Sì, è superato, ma non per le ragioni che si sentono di solito. Il protocollo Ciampi ancorava i minimi all’inflazione “programmata”: uno strumento antinflazione degli anni Novanta, non uno strumento di crescita dei salari. Il difetto strutturale è un altro: la contrattazione resta troppo centralizzata e nazionale, scollegata dalla produttività della singola impresa e del singolo territorio. Un operaio a Milano e uno a Crotone hanno lo stesso contratto nazionale ma produttività e costo della vita diversissimi. Serve spostare il baricentro sulla contrattazione aziendale e territoriale, con i minimi nazionali come pavimento e il resto legato ai risultati. Il modello tedesco e quelli nordici funzionano così. Decentrare la contrattazione potrebbe anche servire ad aumentare la produttività: rendendo i salari più coerenti con la realtà locale ed aziendale favorisce un’allocazione più efficiente degli investimenti».
Salario giusto (centrodestra) contro salario minimo (centrosinistra): una delle due formule è efficace?
«Nessuna delle due affronta il problema, ma sono diverse. Il “salario giusto” è uno slogan vuoto: nessuno sa definire “giusto” e in pratica significa “lasciamo tutto com’è”. Il salario minimo legale è una politica vera: la letteratura recente (Card-Krueger e successori, i dati britannici e tedeschi) mostra che un minimo fissato in modo prudente – attorno al 50-60% del salario mediano – riduce lo sfruttamento dei lavoratori più deboli senza distruggere occupazione in modo significativo. In Italia coprirebbe il buco lasciato dai contratti “pirata” e dai settori a bassa sindacalizzazione. Ma va detto con onestà: il minimo tocca il 5-10% dei lavoratori, non risolve la stagnazione del salario mediano, che è un problema di produttività. È utile contro la povertà lavorativa, inutile contro il declino. Chi lo vende come cura della stagnazione mente».
Al netto degli slogan, come si incrementa la produttività del lavoro?
«Non c’è una leva sola, c’è una lista nota da trent’anni e mai eseguita. Concorrenza nei servizi e nelle professioni protette (energia, trasporti, distribuzione, ordini professionali, servizi in concessione, banca, …), dove le rendite tengono alti i prezzi e bassa l’efficienza. Dimensione d’impresa: il nanismo italiano (troppe microimprese familiari) impedisce economie di scala, R&S e adozione tecnologica. Capitale per addetto: investimenti in macchinari e digitale, che richiedono credito e certezza del diritto. Capitale umano: scuola e università che oggi producono competenze disallineate. Allocazione: far uscire dal mercato le imprese “zombie” tenute in vita da sussidi e credito accomodante. La produttività totale dei fattori è ferma perché il sistema protegge gli inefficienti. Finché conviene di più avere un’aderenza politica che un buon prodotto, non cresce».

