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Ma la Roma può licenziare la dipendente del video hot?

La vicenda che ha scosso il mondo del pallone è un caso di scuola. Ecco come ha risposto il giuslavorista Giuseppe Bulgarini d'Elci

I fatti sono ormai ben noti ai più: una dipendente della Roma è stata licenziata perché ha registrato un video mentre faceva sesso, all’interno del centro sportivo di Trigoria, con un altro dipendente del club giallorosso (che sarebbe stato anche lui licenziato). La decisione del club è giunta dopo che il video è stato rubato e condiviso illecitamente da un calciatore della Primavera.

La Roma, sebbene non ufficialmente, ha giustificato i due licenziamenti per “incompatibilità ambientale”, tanto più che, nello stesso video, si potrebbero ascoltare i due dipendenti parlare male dei loro datori di lavoro. E quindi, anzichè giudicarli vittime di revenge porn, la sottrazione e la condivisione di un video costituiscono reati perseguibili a querela con pene fino a 6 anni e multe da 5 mila a 15 mila euro in base all’articolo 612 ter del Codice Penale sulla diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, i due sono ora al centro di una diatriba che li fa rischiare di rimanere senza lavoro.

Ma si tratta di una giusta causa di licenziamento? A questa domanda, ieri, nel corso di ‘Italia sotto inchiesta’, la trasmissione radiofonica di Radio Uno condotta da Emanuela Falcetti, ha risposto l’esperto giuslavorista Giuseppe Bulgarini d’Elci.

“La giurisprudenza – ha evidenziato l’avvocato – si è espressa più volte chiaramente su questi casi: una conversazione privata, come nel caso dei dipendenti della Roma, non può essere alla base di un licenziamento, anche se si sparla del proprio datore di lavoro. Si tratta di una conversazione, appunto, privata. E la giurisprudenza garantisce il diritto di corrispondenza oltre che quello di critica. Diverso, invece – ha continuato Bulgarini d’Elci – sarebbe stato se la critica al datore di lavoro fosse stata rivolta in maniera pubblica, sui social come Facebook, ad esempio. A quel punto, si sarebbe potuto ledere il vincolo fiduciario che deve intercorrere tra una azienda e i propri dipendenti. Se poi, sempre nel corso della conversazione, emergono altri fatti penalmente rilevanti, come una trafugamento di merce o un atto illecito contro un altro dipendente, questo costituirebbe un ulteriore motivo di licenziamento. Ma non mi sembra quello di Trigoria il caso”.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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