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Troppo poco produttive per diventare grandi (e regalare un +6,4% di Pil): il destino (amaro) delle Pmi italiane

Perchè le piccole e medie imprese italiane non crescono
Lo rivela uno studio del McKinsey Global Institute. Servirebbe puntare sulla tecnologia, i talenti. E avere un accesso ai capitali più agevole

Le piccole e medie imprese sono la croce e delizia del mondo del lavoro italiano. A certificarlo è un report realizzato dal McKinsey Global Institute prendendo in esame aziende di questo tipo operanti in diversi settori in sedici Paesi del mondo. Dieci di questi appartengono ad economie avanzate (oltre l’Italia, ci sono Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Giappone, Spagna, Australia, Polonia, Portogallo e Israele); sei, invece, sono economie emergenti (Brasile, Messico, Indonesia, India, Nigeria e Kenya).

E comunque: se da un lato hanno un peso sul Pil nazionale e sull’occupazione che supera di circa il 10% quello delle piccole e medie imprese nelle altre economie avanzate, dall’altro hanno scarsa propensione alla scalabilità e scontano un gap di produttività con le grandi imprese più alto del 5% rispetto alla media delle economie avanzate analizzate, molto vicino a quello di alcuni Paesi emergenti.

Le Pmi generano circa il 50% del Pil nei Paesi analizzati e contribuiscono per il 40% all’occupazione. In Italia, però, la situazione è diversa: le piccole e medie imprese contribuiscono per il 63% al valore aggiunto e per il 76% all’occupazione. Valori che risultano superiori a quelli medi delle economie avanzate esaminate, rispettivamente 54% (contributo al Pil) e 66% (occupazione).

Lo scenario cambia se si guarda alla produttività: il contributo delle piccole realtà è più piccolo. Le nostre Pmi, infatti, che hanno un tasso di produttività pari a quello delle imprese più grandi sono il 55% del totale, contro il 60% medio delle economie avanzate, guidate dal Regno Unito con ben l’84%.

Per di più, è difficile che una realtà imprenditoriale piccola, in Italia, diventi grande. Chi è stata Pmi nel 2000, ad esempio, nel 2022 lo ha continuato ad essere nel 95% dei casi contro il 44% dell’Australia e il 42% di Israele. E, in generale, la percentuale italiana è quattro volte inferiore alla media.

“I fattori che incidono su produttività e scalabilità sono tre: tecnologia, talenti e capitale – spiega Marco Piccitto, managing partner McKinsey per il Mediterraneo – E una delle ragioni che blocca la loro crescita è la minore propensione ad operare nel settore della tecnlogia, che insieme a quello minerario è uno di quelli in cui la scalabilità si è dimostrata maggiore. Ma c’è un gap anche per le competenze e i talenti. In aziende a gestione familiare, spesso, non si investe abbasta su di loro, anche a causa di un mercato di capitali poco sviluppato nei confronti delle Pmi”.

Il potenziale disperso, manco a dirlo, è alto: vale il 6,4% del Pil.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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