17 visualizzazioni 12 min 0 Commenti

OTTAVI DI FINALE-CADUTE E IMMENSITÀ NELL’OLIMPO DEL CALCIO

Messi si riprende l’Argentina, Ronaldo e Neymar salutano tra le lacrime, Haaland abbatte il Brasile e l’Inghilterra espugna l’Azteca: gli ottavi del Mondiale 2026 sono già leggenda

Messi, l’uomo che non accetta i finali scritti

Atlanta, minuto 79. L’Argentina campione del mondo è sotto 2-0 contro un Egitto straordinario, orchestrato dai gol di Yasser Ibrahim e Mostafa Zico e protetto dalle parate di un immenso Mostafa Shobeir, che nel primo tempo aveva persino ipnotizzato Messi dal dischetto — quarto rigore fallito su otto nella storia mondiale del capitano, un dato che da solo racconta quanto anche i miti restino umani. Sembrava finita. E invece.

Cross di Messi, testa di Romero: 1-2. Quattro minuti dopo, il numero 10 fulmina Shobeir di prima intenzione: 2-2. In pieno recupero, il colpo di testa di Enzo Fernández completa una rimonta da tre gol in un quarto d’ora che ha fatto tremare Buenos Aires. A 39 anni, Messi chiude la serata in lacrime, con 8 gol in cinque partite che lo rimettono in testa alla classifica marcatori e allungano il suo primato assoluto di reti nella storia dei Mondiali. L’Egitto recrimina — e non a torto — per il gol annullato a Zico dal VAR sul possibile 2-0 nel secondo tempo, coda polemica di una partita che meritava un finale meno crudele per i Faraoni. Ma la morale resta una: finché c’è Messi in campo, nessuna partita è davvero finita.

 

La caduta degli dei.

Il calcio, però, non fa sconti a nessuno. Nemmeno ai suoi due totem. Domenica, al MetLife Stadium del New Jersey, Neymar è entrato al 67’ di Brasile-Norvegia e ha trasformato un rigore nel recupero: l’ottantesimo gol con la Seleção, tre in più di Pelé, il sigillo del miglior marcatore di sempre del Brasile. Poi si è accasciato in lacrime e ha annunciato l’addio alla nazionale con parole che sono già storia: “Ci ho provato. È iniziato qui, e ho finito qui”. Il destino, a volte, ha il gusto della simmetria: proprio al MetLife, nell’agosto 2010, un diciottenne Neymar aveva esordito e segnato il suo primo gol con il Brasile. Il cerchio si è chiuso dov’era cominciato.

Ventiquattro ore dopo, ad Arlington, è toccato a Cristiano Ronaldo. Lo Spagna-Portogallo che doveva essere la sfida generazionale tra il 41enne CR7 e il diciottenne Lamine Yamal si è deciso al 91’: Rodri per Ferran Torres, imbucata per Mikel Merino, 1-0 e Furie Rosse ai quarti. Ronaldo, che aveva annunciato alla vigilia il suo ultimo Mondiale, ha fatto il giro del campo applaudendo i tifosi con gli occhi lucidi: 27 presenze iridate (solo Messi ne ha di più, 30), 146 gol in nazionale, e quell’unico trofeo che mancherà per sempre dalla bacheca. Roberto Martínez, che ha rifiutato di toglierlo dal campo fino all’ultimo secondo, si è dimesso a fine gara. In quarantott’ore il calcio internazionale ha salutato due epoche intere. Chi ha vent’anni oggi non saprà mai davvero cosa si è perso.

 

Haaland, la tempesta perfetta sul Brasile.

E mentre i vecchi re abdicavano, il nuovo pretendente al trono ha scelto il palcoscenico più pesante per incoronarsi. La Norvegia, al primo Mondiale dal 1998, ha dominato il possesso contro il Brasile per lunghi tratti — oltre il 65% nel primo tempo — con Ødegaard a dettare i tempi e un monumentale Ørjan Nyland, 35 anni, a respingere il rigore di Bruno Guimarães e tutto ciò che gli è capitato a tiro. Poi, quando la partita chiedeva un padrone, Erling Haaland ha risposto presente: incornata al 79’, missile dal limite al 90’. Doppietta, settimo gol nel torneo, 2-1 e Norvegia per la prima volta nella sua storia ai quarti di finale di un Mondiale.

Per il Brasile di Ancelotti è un’eliminazione che pesa come un macigno: fuori prima dei quarti per la prima volta dal 1990, settima sconfitta consecutiva contro squadre europee ai Mondiali. La Seleção era arrivata con l’obbligo di vincere. Torna a casa con l’obbligo di rifondare.

 

L’Azteca si inchina: l’Inghilterra sfata il tabù di Maradona.

Se cercate la partita del torneo, però, guardate a Città del Messico. Sotto un temporale che ha ritardato il fischio d’inizio di un’ora, a 2.240 metri di quota e davanti a oltre 80.000 messicani in delirio, l’Inghilterra ha fatto ciò che nessuno era mai riuscito a fare: battere il Messico all’Estadio Azteca in una partita di Coppa del Mondo. Il 3-2 dei Tre Leoni è un romanzo: doppietta di Bellingham in 98 secondi — primo giocatore a segnare due gol in una gara mondiale all’Azteca dai tempi di Diego Maradona nel 1986, e chi conosce la storia sa quanto bruci ancora agli inglesi quella “Mano de Dios” — poi la rimonta di Quiñones e Jiménez, il rosso a Quansah al 54’, il rigore di Kane e undici minuti di recupero da trincea, in dieci contro undici. “La notte più bella della mia carriera in nazionale”, l’ha definita Bellingham. Quarant’anni dopo, la rivincita sull’Azteca è servita.

Curiosità da raccontare al bar:  Henderson ha chiuso la serata in un ospedale messicano — non per un contrasto, ma per essere caduto oltre un cartellone pubblicitario durante i festeggiamenti. Anche questo è il Mondiale.

 

Belgio-USA, il caso Balogun: quando la politica entra in campo perde sempre.

E poi c’è la partita che verrà ricordata più per il prologo che per il campo. FIFA aveva sospeso, con una decisione senza precedenti in oltre sessant’anni di Mondiali, la squalifica per il rosso rimediato da Folarin Balogun agli sedicesimi — dopo che il presidente Trump aveva personalmente chiamato Infantino chiedendo la revisione del cartellino. La UEFA ha parlato di una “linea rossa” superata, definendo la scelta incomprensibile e ingiustificabile; il ricorso belga è stato dichiarato inammissibile; mezzo mondo del calcio è insorto.

La risposta migliore, però, l’ha data il pallone. A Seattle il Belgio ha travolto gli Stati Uniti 4-1 — doppietta di De Ketelaere, Vanaken e Lukaku nel recupero — davanti a un pubblico da record di ascolti, con Balogun regolarmente in campo e mai davvero incisivo. La concessione ottenuta a suon di pressioni si è rivelata un boomerang clamoroso: i Diavoli Rossi hanno festeggiato pubblicando sui social una foto della squadra con due parole al veleno, “Overturn this” — “annullate questo” — mentre Lukaku ballava imitando il presidente americano. Con l’uscita degli USA, dopo Canada e Messico, il Mondiale resta orfano di tutte e tre le nazioni ospitanti. E resta una lezione: le partite si vincono sul campo, non al telefono.

 

Francia di misura, Paraguay di frontiera.

C’era da temere la Philadelphia rovente — quasi 38 gradi al calcio d’inizio — e c’era da temere il Paraguay, il giustiziere della Germania, arroccato dietro e spigoloso fino al limite (e spesso oltre) del regolamento, con un arbitraggio di Tantashev che ha lasciato correre troppo. La Francia ha faticato, dominato e sofferto, finché il VAR non ha visto il fallo su Doué: dal dischetto, al 70’, Kylian Mbappé ha firmato l’1-0. Numeri da capogiro: 19 gol mondiali in 19 presenze, undicesimo centro nelle fasi a eliminazione diretta — nessuno come lui — e primo giocatore a segnare agli ottavi in tre edizioni consecutive. La corsa alla Scarpa d’Oro è ufficialmente un duello a tre: Messi 8, Mbappé e Haaland 7. Amara la coda extra-campo, con gli insulti razzisti di una senatrice paraguaiana verso il capitano francese e la federazione transalpina pronta alle vie legali.

 

Gli altri verdetti: il Marocco non è una favola, è una certezza. E la Svizzera riscrive il 1954.

Due storie rischiano di passare sotto traccia e sarebbe un delitto. Il Marocco ha eliminato il Canada padrone di casa a Houston con una perla su punizione di Ounahi: i semifinalisti di Qatar 2022 sono di nuovo tra le prime otto, e ormai chiamarli sorpresa è un insulto. E poi la Svizzera: dopo 120 minuti di trincea senza reti contro la Colombia a Vancouver, il rigore decisivo di Ruben Vargas ha regalato agli elvetici i quarti di finale che mancavano dal 1954 — settantadue anni, una vita, dall’ultima volta.

 

E ora? Quarti da brividi, si parte il 9 luglio.

Il tabellone dei quarti è un distillato di storie. Si comincia giovedì 9 luglio a Boston con Francia-Marocco, remake della semifinale di Qatar 2022: i Leoni dell’Atlante cercano la vendetta, i Bleus la terza finale consecutiva. Venerdì 10 a Los Angeles tocca a Spagna-Belgio, la squadra più ermetica del torneo — Unai Simón non ha ancora subito gol — contro i Diavoli gasati dal trionfo di Seattle. Sabato 11 il doppio piatto forte: a Kansas City Argentina-Svizzera, Messi contro la muraglia elvetica, e a Miami Inghilterra-Norvegia, che è già la madre di tutte le sfide: Kane contro Haaland, Bellingham contro Ødegaard, la tradizione contro la nuova onda.

Gli ottavi ci hanno detto che quest’epoca sta cambiando pelle in diretta, sotto i nostri occhi: Ronaldo e Neymar escono dalla porta della storia mentre Bellingham, Haaland e Yamal entrano da quella del futuro. In mezzo, immobile e immortale, resta lui: Leo Messi, 39 anni, che continua a trattare il tempo come un avversario qualunque.

Avatar photo
Autore - Articoli pubblicati: 68

Studente di Giurisprudenza, con esperienza amministrativa e interesse per ambito legale, aziendale e risorse umane.

Scrivi un commento all'articolo