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Le imprese italiane che esportano rappresentano la nostra avanguardia industriale

Export
La nuova intesa per accompagnare la loro crescita sui mercati internazionali può agevolare altri 20 mila imprenditori

Stando all’indagine condotta nel 2026 da Unioncamere e dal Centro studi Tagliacarne, su 4.500 aziende, sono circa 20 mila le imprese italiane che potrebbero iniziare a esportare o rafforzare la propria presenza sui mercati esteri.

Le esportazioni, così, si confermano l’asse portante di buona parte della nostra economia. Fatto sta che hanno bisogno di una sempre maggiore collaborazione tra istituzioni e imprese.

Rappresentano la nostra avanguardia industriale. Per questo, è stata raggiunta un’ulteriore intesa che punta proprio ad ampliare il numero delle aziende italiane presenti sui mercati internazionali.

“Le Camere di commercio sono entrate a pieno titolo nella strategia del mio ministero per raggiungere i 700 miliardi di export entro il prossimo anno”, ha avuto modo di dichiarare a tal proposito il ministro degli esteri Antonio Tajani, ricordando che il valore attuale delle esportazioni italiane è di circa 650 miliardi di euro.

Tajani ha sottolineato anche il ruolo di Unioncamere nel sostenere le imprese interessate a crescere all’estero. “Sarà una collaborazione preziosa per far crescere il numero delle imprese che vorranno esportare”, ha affermato.

Tra gli obiettivi indicati anche il rafforzamento del sostegno delle ambasciate italiane alle aziende e la promozione degli accordi internazionali per ampliare gli scambi commerciali.

Dicevamo, in ogni caso, del valore delle imprese italiane votate all’export: secondo l’indagine, le imprese che esportano sono più produttive e investono maggiormente nell’innovazione rispetto a quelle che operano soltanto sul mercato nazionale. A parità di dimensione, settore e localizzazione geografica, la produttività del lavoro è superiore di circa il 20%.

Inoltre, un’impresa esportatrice su tre prevede un aumento del fatturato nel 2027, contro il 22% delle aziende non esportatrici. Le differenze riguardano anche gli investimenti. Nel triennio 2026-2028, il 43% delle imprese esportatrici prevede di investire in ricerca e sviluppo, rispetto al 16% delle altre aziende. Per le tecnologie 4.0 le percentuali sono rispettivamente del 51% e del 28%, mentre per la transizione verde si attestano al 47% e al 28%.

Le aziende esportatrici prestano inoltre maggiore attenzione alla formazione del personale: il 61% prevede di investire nell’aggiornamento professionale dei dipendenti, contro il 48% delle non esportatrici. Una su cinque intende assumere lavoratori altamente specializzati.

Anche nell’utilizzo dell’Intelligenza artificiale emerge un divario, con il 26% delle imprese esportatrici che già la utilizza, rispetto al 19% delle altre. Il potenziale di crescita riguarda anche il Mezzogiorno, dove si contano 21 imprese potenzialmente esportatrici ogni 100 aziende già attive sui mercati esteri, contro 13 nel Centro-Nord.

Un ruolo importante è svolto dai servizi delle Camere di commercio: tra il 2020 e il 2024, le imprese che ne hanno usufruito hanno registrato una probabilità di iniziare a esportare superiore del 41,4% rispetto a quelle non assistite. Il valore delle loro esportazioni è stato inoltre più elevato del 21,8%, con un impatto stimato tra 600 e 800 milioni di export aggiuntivo.

Il presidente di Unioncamere, Andrea Prete, ha richiamato l’attenzione anche sulla dipendenza energetica italiana dall’estero. “L’Italia è troppo dipendente da forniture energetiche dall’estero”, ha dichiarato, sottolineando la necessità di intervenire per affrontare le criticità del settore. “Bene le rinnovabili, ma non bastano. Il nucleare è una scelta da seguire”, ha aggiunto Prete, invitando a superare le resistenze e a considerare il nucleare tra le possibili fonti energetiche.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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