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“Parola ai padri”, l’evento che spiega perché essere buoni lavoratori passa anche per una buona genitorialità

Appuntamento a Rimini il prossimo 19 settembre: focus sui nuovi diritti (e su una nuova consapevolezza)

Il prossimo 19 settembre, a Rimini, ci sarà un evento che metterà al centro i diritti dei padri lavoratori dal titolo eloquente: “Parola ai padri”.

Il referente si chiama Carlo Crudele che già da oltre un anno si impegna nella formazione e nella sensibilizzazione nelle aziende su questa tematica: “Le aziende hanno il potere di rallentare o incentivare i cambiamenti sociali. Quando la paternità diventa meno compressa non sono solo i padri a guadagnarci, ma l’intera società, a cominciare dalle madri, che non devono più essere solo tali e possono rientrare nel mondo del lavoro”.

Per questo Crudele auspica che, oltre alle famiglie, all’evento di settembre partecipino anche dirigenti e decisori aziendali. “Più ancora che dalle istituzioni, è da lì che passa il cambiamento. Ci sono aziende con policy avveniristiche, che però convivono con modelli di ruolo vecchi e stereotipati: un middle management che non le interpreta in modo virtuoso, lasciandole lettera morta. Tu, padre, hai tante fantastiche disponibilità, ma non le sfrutti, perché sai che quando tornerai sul posto di lavoro – dopo esserti preso un congedo di paternità che magari è anche il doppio di quello che ti offre la legge – poi avrai dei problemi, o percepisci la possibilità di avere dei problemi in azienda”.

Uno degli obiettivi di “Parola ai padri” è che le aziende virtuose possano far capire che non è improduttivo investire sulla genitorialità, sensibilizzando su una paternità attiva: “Ormai è chiaro e documentato che migliorare le condizioni e la flessibilità dei dipendenti migliora l’attrattività delle aziende e la retention, la capacità di fidelizzare e trattenere le persone, e di conseguenza la produttività”.

L’accento, poi, è posto sul valore professionale dell’esperienza di una paternità presente ed empatica, che costituisce una crescita personale, arricchendo anche il posto di lavoro: “Un figlio porta una serie di competenze relazionali che ritrovi nel rapporto con i colleghi, i team, i clienti e in generale con le persone con cui lavori ogni giorno. Si acquisiscono competenze nel gestire lo stress e coordinare una squadra, perché una squadra ce l’hai ogni giorno a casa”.

Non si può però ignorare l’altro lato della medaglia: ci sono padri che, per primi, mettono un freno a questo processo e tendono a costruirsi un alibi. “Uomini che sono solamente lavoratori e fanno i padri nei ritagli di tempo, perché l’azienda non glielo consente, ma anche perché loro stessi non se lo consentono. Talvolta c’è l’incapacità di pensarsi in modo differente, e così si finisce per accettare lo stereotipo lavorativo: in qualche modo è più facile fare tardi al lavoro che tornare a casa”.

La risposta, per “Parola ai padri”, è trasmettere le potenzialità della paternità: “Il nostro punto di partenza culturale ci fa considerare normali dieci giorni di congedo per la nascita di un bambino, mentre sono davvero pochi. Come si fa a costruire un rapporto con un neonato e con una famiglia che si trasforma in un tempo così limitato?». Un periodo che, secondo Crudele, dovrebbe essere di almeno 30 giorni, «con obbligo di fruizione”.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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