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Non esiste sostenibilità se muore un territorio

Un’impresa viene valutata anche per il suo impatto ambientale, sociale e organizzativo

L’ESG (l’indice Environmental, Social, and Governance, ndr) ci sta insegnando una cosa importante: il capitalismo non può più essere misurato soltanto attraverso il profitto. Oggi un’impresa viene valutata anche per il suo impatto ambientale, sociale e organizzativo. È un cambio di paradigma culturale prima ancora che economico. Ma dentro questo nuovo modello esiste ancora una grande assenza. Una falla enorme. Il territorio. Perché possiamo continuare a parlare di sostenibilità ambientale quanto vogliamo, ma se intere aree del Paese continuano a spopolarsi, a perdere giovani, imprese, servizi, scuole e futuro, allora quella sostenibilità rischia di essere solo una parola elegante buona per i convegni e i report finanziari. Esiste una domanda che il sistema ESG ancora non si pone davvero: quanto un investimento contribuisce a tenere vivi i territori? Oggi una multinazionale può ottenere rating ESG elevatissimi e contemporaneamente contribuire alla desertificazione economica delle aree interne, concentrando ricchezza, opportunità e sviluppo soltanto nelle grandi aree urbane. Può essere perfetta nei parametri ambientali e sociali, ma totalmente scollegata dal riequilibrio reale del Paese. Ed è qui che serve una rivoluzione. Dobbiamo introdurre il concetto di sostenibilità territoriale.

Perché non esiste sostenibilità se un Paese si divide tra città sempre più ricche e congestionate e territori sempre più vuoti e marginali. Non esiste sostenibilità se milioni di persone sono costrette ad abbandonare il proprio paese, la propria terra, la propria comunità, semplicemente per poter lavorare, curarsi o costruire una famiglia. Le aree interne non sono un costo da sostenere. Sono un capitale strategico da rigenerare. Ed è arrivato il momento di ribaltare il concetto stesso di ESG introducendo una nuova dimensione: quella territoriale. Un investimento dovrebbe essere valutato anche per la sua capacità di: contrastare lo spopolamento, creare occupazione locale, generare residenzialità stabile, valorizzare filiere territoriali, trattenere giovani e competenze, migliorare servizi e costruire comunità. In altre parole: non basta più inquinare meno. Bisogna anche svuotare meno i territori. È questa la vera grande sfida europea dei prossimi vent’anni. Perché il tema non sarà soltanto ecologico. Sarà umano, geografico, sociale.

Avremo metropoli sempre più potenti e territori desertificati? Oppure avremo il coraggio di redistribuire sviluppo, opportunità e investimenti? Per questo immagino la nascita di un nuovo parametro: un Indice di Rigenerazione delle Aree Interne, capace di misurare il valore reale prodotto da chi investe nei territori. Un indice che possa orientare fondi pubblici, investimenti privati, sistema bancario e politiche fiscali. Le imprese che scelgono le aree interne dovrebbero essere premiate. Non per assistenzialismo. Ma perché stanno generando valore collettivo.

Chi mantiene vivo un territorio produce ricchezza sociale, economica e demografica per l’intero Paese. Le aree interne possono diventare il più grande laboratorio europeo di qualità della vita, sostenibilità abitativa, innovazione lenta, turismo evoluto, agricoltura avanzata ed economia comunitaria. Ma bisogna smetterla di guardarle con compassione. Bisogna iniziare a guardarle come il futuro. Perché senza territori vivi non esiste sostenibilità. Non esiste coesione. Non esiste futuro.

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Collaboratore - Articoli pubblicati: 17

Commercialista e tributarista, con una consolidata esperienza nella consulenza d’impresa e nel diritto tributario. Presidente di UIFOR – Unione Italiana Forfettari, il primo sindacato dedicato ai contribuenti in regime forfettario, affianca professionisti e imprese nella crescita e nell’innovazione, con uno sguardo particolare allo sviluppo del Mezzogiorno. Appassionato di economia, politica e cultura mediterranea, crede nella costruzione di reti e comunità come strumento di progresso. Vive tra Roma e il Sud Italia, da dove trae energia e ispirazione anche grazie alla sua famiglia e al territorio, che rappresentano la radice più autentica del suo percorso umano e professionale.

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