Il discorso di Giorgia Meloni all’Assemblea di Confindustria del 26 maggio 2026 è stato salutato dai media come un segnale di stabilità e dialogo. Energia, burocrazia, Europa burocratica, nucleare: tutti temi legittimi, tutti ampiamente commentati. Quel che è passato quasi inosservato — ma che a chi si occupa di relazioni industriali non può sfuggire — è la cornice ideologica entro cui si colloca la politica del lavoro di questo governo: una cornice che consolida un oligopolio, esclude milioni di lavoratori e imprese, e lo fa nel silenzio imbarazzato di chi dovrebbe invece denunciarlo.
Il decreto del 1° maggio: incentivi come strumento di discriminazione
Il governo ha varato il decreto Lavoro del 1° maggio 2026 rivendicandolo come misura di tutela salariale. La misura più pubblicizzata stanzia circa un miliardo di euro in incentivi alle assunzioni, ma con una condizione precisa: le risorse sono accessibili solo alle imprese che applicano i contratti collettivi “maggiormente rappresentativi”. Chi applica altri contratti — etichettati come “pirata” con una scelta lessicale già di per sé una sentenza — non riceve nulla.
Sulla carta, l’obiettivo dichiarato è nobile: contrastare il dumping contrattuale. Nella realtà, il meccanismo produce un effetto ben diverso: lo Stato usa il denaro pubblico per finanziare selettivamente un sistema di relazioni industriali che esclude per definizione chiunque non sia riconducibile al perimetro CGIL-CISL-UIL e Confindustria-Confcommercio-Confesercenti.
Non si tratta di una lettura parziale. È la conseguenza tecnica e giuridicamente verificabile di una norma che delega a soggetti privati — le confederazioni maggiormente rappresentative — la funzione di decidere chi ha diritto agli incentivi pubblici e chi no. Una delega in bianco che nessuno, stranamente, trova problematica.
La “pace sociale” e il triangolo che esclude
Qualche settimana prima dell’assemblea di Confindustria, si era consumato un episodio significativo: Landini e Orsini erano apparsi insieme davanti a una platea di delegati sindacali in un incontro che, nel linguaggio della CGIL, equivale a un riconoscimento solenne. Da quel momento si è parlato di “triangolo” Meloni-Orsini-Landini, di pacificazione sociale, di fine delle conflittualità.
Bene. Ma bisogna chiamare le cose con il loro nome: questa “pace” non è una pace tra lavoratori e imprese. È un armistizio tra le grandi organizzazioni per blindare il sistema vigente, con la benedizione istituzionale del governo. Una pace che è conveniente per tutti e tre i vertici del triangolo, e scomoda per chiunque stia fuori.
La proposta di superare il monopolio CGIL-CISL-UIL-Confindustria — avanzata nei mesi scorsi anche da forze della maggioranza — è stata archiviata in silenzio. Disintermediare stanca, si è detto con ironia. Aggiungerei: disintermediare è anche rischioso per chi ha costruito la propria rendita sull’intermediazione.
Il punto non è ideologico. Non si tratta di essere contro CGIL o contro Confindustria. Si tratta di riconoscere che un sistema in cui l’accesso alle tutele pubbliche è condizionato all’adesione a determinate organizzazioni private è un sistema che viola i principi fondamentali del nostro ordinamento.
L’articolo 39 e la sentenza 156/2025: il silenzio assordante
Qui arriviamo al nodo tecnico-giuridico che più mi preme sottolineare, e che nell’intervento di Meloni — come in quasi tutto il dibattito pubblico — è brillato per la sua assenza.
L’articolo 39 della Costituzione stabilisce che i sindacati sono liberi e che i contratti collettivi hanno efficacia erga omnes a condizione che le organizzazioni sindacali siano registrate e rispettino un ordinamento interno democratico. Questa norma non è mai stata attuata. Il risultato è un sistema paradossale: i contratti collettivi delle grandi confederazioni vengono applicati di fatto come se avessero efficacia erga omnes — grazie alla giurisprudenza sull’art. 36 Cost. in materia di retribuzione sufficiente — ma senza che venga mai applicato il meccanismo costituzionale che quella efficacia dovrebbe giustificare e bilanciare, ovvero la verifica democratica della rappresentatività.
In questo vuoto normativo prospera l’oligopolio. E in questo vuoto normativo si inserisce anche la risposta più recente della Corte Costituzionale.
La sentenza n. 156 del 2025 ha dichiarato illegittimo l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, nella parte in cui condiziona l’agibilità sindacale in azienda alla firma del contratto collettivo applicato. La Corte ha esplicitamente sollecitato il legislatore a intervenire per regolare la materia, riconoscendo che il sistema vigente lede la libertà di rappresentanza dei lavoratori. Il governo non ha mosso un dito. Nessun decreto, nessuna proposta di legge, nessun tavolo. Il vuoto persiste — e chi ne beneficia sa benissimo perché è conveniente che persista.
Il criterio della “maggiore applicazione”: la delega mai esercitata
C’è un ulteriore elemento tecnico che merita attenzione. La Legge delega 26 settembre 2025 n. 144 avrebbe dovuto riformare il sistema della contrattazione collettiva, introducendo il criterio della “maggiore applicazione” in sostituzione di quello della “maggiore rappresentatività comparata”. Una riforma potenzialmente significativa, perché avrebbe ancorato la legittimità dei contratti all’effettiva diffusione sul mercato del lavoro, non alla storia organizzativa delle confederazioni.
Il risultato? La delega è scaduta senza che il governo depositasse alcuno schema di decreto. CGIL, CISL, UIL, Confindustria e le altre grandi confederazioni si erano opposte al cambio di criterio: preferiscono la “rappresentatività comparata” perché è una misura che per definizione le avvantaggia. E il governo ha ceduto, scegliendo la “pace sociale” al prezzo dell’immobilismo normativo.
Chi paga il conto
Al netto della retorica sui salari giusti e sui contratti pirata, il quadro che emerge è il seguente:
Circa un milione e mezzo di lavoratori e imprese — quelle che applicano contratti collettivi regolarmente depositati al CNEL, elaborati da organizzazioni sindacali e datoriali che operano legalmente ma non rientrano nel perimetro delle grandi confederazioni — si trovano escluse dagli incentivi pubblici, osteggiate nei tavoli di contrattazione, ignorate dal legislatore, e ora anche penalizzate dai software gestionali dei consulenti del lavoro, che indirizzano le imprese verso i soli contratti “raccomandati” dal sistema.
Questo non è un problema di contratti pirata. I contratti pirata esistono e vanno combattuti — ma la battaglia contro il dumping contrattuale non può essere il pretesto per consolidare un cartello.
Un sistema che seleziona i beneficiari degli incentivi pubblici in base all’affiliazione confederale non è un sistema di tutele. È un sistema di privilegi.
Cosa dovrebbe fare un governo coraggioso
Meloni ha chiuso il suo discorso a Confindustria citando Virgilio — sic itur ad astra — e invitando gli industriali ad avere coraggio. Il coraggio di volare alto, di liberarsi dalle incrostazioni, di scardinare le abitudini.
Permettetemi di prendere la citazione sul serio.
Volare alto, in materia di relazioni industriali, significherebbe:
Dare finalmente attuazione all’art. 39 della Costituzione, introducendo un sistema di misurazione della rappresentatività trasparente, democratico e aperto a tutti i soggetti che rispettano i requisiti costituzionali.
Recepire la sentenza 156/2025 della Corte Costituzionale, regolando l’agibilità sindacale in azienda senza condizionarla all’appartenenza alle grandi confederazioni.
Costruire un sistema di incentivi che premi la qualità contrattuale — retribuzioni adeguate, tutele reali, enti bilaterali funzionanti — e non la mera affiliazione confederale.
Aprire il tavolo della rappresentatività anche ad Antitrust e ANAC, sottraendolo al CNEL che — come organo costituzionale dominato dagli stessi soggetti che il sistema deve controllare — non può essere arbitro di sé stesso.
Finché queste misure resteranno sulla carta, ogni discorso su salari giusti, tutele dei lavoratori e contrasto al precariato sarà un esercizio retorico. Utile forse alla pace sociale tra i vertici. Inutile per chi lavora e per chi produce.

