Uno studio della Harvard Business School ha coniato il termine “brain fry” per descrivere l’affaticamento cognitivo che colpisce chi usa e supervisiona il lavoro dell’Intelligenza artificiale in ufficio. Questo fenomeno è sempre più diffuso, dato il ruolo centrale dell’AI in settori come, ad esempio, l’informatica, dove funge da software o web developer.
Il risparmio di tempo è innegabile e sostanziale. Tuttavia, l’AI non è ancora autonoma al 100%, richiede una costante supervisione e revisione degli output, specialmente in presenza di errori.
Il problema principale emerge dalla velocità supersonica con cui gli agenti virtuali elaborano compiti: gli umani faticano a starne al passo, rendendo il ruolo di manager e supervisori estenuante.
Il rischio di burnout è molto elevato per questi professionisti. Lo conferma l’ingegnere italiano Francesco Bonacci, fondatore di Cua AI, che su X ha condiviso il suo sfogo: “Finisco ogni giornata lavorativa esausto – non per il lavoro in sé, ma per la gestione del lavoro. Sei worktree aperti, quattro funzionalità scritte a metà, due ‘correzioni rapide’ che si portano dietro una significativa perdita di tempo, e la sensazione sempre più crescente di perdere il filo”.
Alcuni studi stimano un aumento dello sforzo mentale del 14% e un affaticamento cognitivo del 12% in più. La supervisione multipla di strumenti AI, volta a massimizzare la produttività, paradossalmente, fa crollare il rendimento umano. Non si tratta solo di stanchezza fisica ed emotiva, ma di un sovraccarico cognitivo: il lavoratore “non capisce più niente”, riducendosi a mero coordinatore di bot, senza sfruttare appieno il proprio cervello.
Le conseguenze sono un declino della capacità di attenzione, difficoltà di concentrazione e una “nebbia mentale”. I sintomi includono mal di testa classici, fino al rallentamento dei processi decisionali.
Intanto, aziende tech come Meta valutano ancora la produttività degli ingegneri in base al numero di righe di codice generate dall’AI. Per questo urge una presa di consapevolezza e un cambio di paradigma: l’AI deve tornare a servire l’uomo, non il contrario.

