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Clausole di salvaguardia, salario minimo, riforma fiscale: la ricetta di Marco Leonardi per difendere il potere d’acquisto degli stipendi dei lavoratori

Nel libro “Il prezzo nascosto”, scritto insieme con il collega Leonzio Rizzo, il docente analizza la dinamica salariale in Italia e formula una serie di suggerimenti per invertire il trend al ribasso

La guerra all’Iran rischia di provocare l’ennesima impennata dei prezzi, riducendo ulteriormente il già modesto potere d’acquisto dei salari dei lavoratori italiani. Marco Leonardi, ordinario di Politica economica presso l’Università di Milano e in passato capo del Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica del governo Draghi, paventa questa ipotesi a pochi giorni dall’uscita del suo ultimo libro, “Il prezzo nascosto”, scritto insieme con il collega Leonzio Rizzo. E indica la strategia per invertire il trend: clausole di salvaguardia, salario minimo e riforma per redistribuire il carico fiscale.

Professore, nel suo libro parla di “prezzo nascosto”: a che cosa riferisce?
«Il prezzo nascosto è l’inflazione che in maniera nascosta erode il potere d’acquisto. E la contrattazione collettiva nazionale non riesce a tenere il passo dell’inflazione. E, sempre in maniera nascosta, l’inflazione aumenta anche il carico fiscale».

Qual è la soluzione? Abbandonare la contrattazione collettiva?
«La contrattazione non va in alcun modo abbandonata né si deve tornare alla scala mobile, cioè a un sistema in cui i salari vengono fissati sulla base dell’inflazione passata. La nostra proposta è quella di mantenere il sistema della contrattazione accolto nel 1993 col protocollo Amato-Ciampi, che prevede di fissare gli aumenti contrattuali ogni tre anni e sulla base dell’inflazione non passata ma programmata. Tuttavia bisogna capire perché per 30 anni questo sistema ha garantito che i salari tenessero il passo dell’inflazione ma oggi, nel 2026, non ci riesce. Anche perché l’Italia è l’unico Paese europeo in cui il livello medio dei salari reali è calato dell’8% e non recupererà facilmente perché i rinnovi avvengono sulla base di aumenti di circa il 2%».

Intanto la guerra all’Iran fa già aumentare i prezzi, a cominciare da quelli dei carburanti. Come evitare che l’inflazione eroda ulteriormente il potere d’acquisto dei salari dei lavoratori italiani?
«La soluzione è nei contratti che hanno retto la sfida dell’impennata dell’inflazione nel biennio 2022-2023. Per esempio, il contratto dei metalmeccanici contiene una clausola di salvaguardia in base alla quale, che se l’inflazione è improvvisamente superiore a quella programmata, non si aspetta la scadenza del contratto ma si ottiene subito un conguaglio degli aumenti retributivi. Quel contratto, pur con 17 mesi di ritardo alla firma avvenuta nel 2025, ha consentito ai salari dei metalmeccanici di recuperare il potere d’acquisto perduto. Il contratto del commercio, invece, non prevedeva la clausola di salvaguardia ed è stato rinnovato nel 2024 ma, pur prevedendo aumenti retributivi fino al 14%, non ha recuperato il 20% di inflazione accumulatosi negli anni precedenti. In più, serve una legge sulla rappresentanza che impedisca la firma di contratti collettivi di lavoro da parte di sigle non sufficientemente rappresentative, fenomeno che induce una contrattazione al ribasso. E per quel 6% di lavoratori che svolge mansioni modeste per cui manca un contratto collettivo, occorre un salario minimo: le inchiesta su Glovo e Deliveroo dimostrano che, in mancanza di un salario minimo legale, i magistrati finiscono per scegliere il livello retributivo da applicare».

C’è il rischio, con la guerra all’Iran, di una fiammata dell’inflazione come quella del 2022-2023?
«Sì. Le Banche centrali hanno dimostrato di saper sconfiggere l’inflazione, ma sono state già sorprese dall’impennata dei prezzi. Quanto agli altri Paesi europei, la contrattazione collettiva ha funzionato in Germania, dove sono stati riconosciuti ai lavoratori aumenti retributivi in linea con l’inflazione. In Francia, il salario minimo ha svolto un ruolo importante. In Spagna le clausole di garanzia hanno funzionato e i salari hanno tenuto il passo dei prezzi. L’unico Paese che su questo fronte ha fallito è l’Italia, dove gli unici contratti rinnovati in tempi rapidi sono stati quelli di bancari, chimici ed edili».

Il salario minimo è un rimedio valido al basso livello dei salari?
«Il salario minimo legale va introdotto ma solo per quei lavori che difficilmente sono protetti da contratti collettivi e sindacato. I casi di Glovo e Deliveroo dimostrano che finora solo la magistratura si è interessata alla questione arrivando a ipotizzare addirittura il reato di caporalato. La politica non ha ritenuto di dover arginare il fenomeno e si è limitata a puntare il dito contro la magistratura. Invece bisogna cambiare le leggi. Tutti i Paesi hanno introdotto salari minimi legali al di sotto dei quali non si può scendere. Se ci fosse stata una norma simile anche in Italia, casi come Glovo e Deliveroo non si sarebbero verificati. Per il resto, il salario minimo non è la bacchetta magica che risolve il problema del basso livello dei salari e, anzi, potrebbe creare altri problemi».

Nel frattempo il governo Meloni ha tagliato il cuneo fiscale e modificato le aliquote Irpef: basta per mettere qualche spicciolo in più nelle tasche degli italiani?
«Il governo Meloni ha fatto bene a tagliare il cuneo fiscale per i redditi più bassi e a prevedere una detrazione Irpef equivalente, Ma i problemi della contrattazione salariale non si risolvono con la leva fiscale. Anche perché il taglio del cuneo fiscale non si sostanzia in una vera riduzione delle tasse, se si tiene conto del fiscal drag: da una parte, l’inflazione e l’aumento meccanico delle aliquote progressive dell’Irpef hanno sottratto agli italiani 25 miliardi di euro, dall’altra il governo Meloni li ha restituiti agli stessi contribuenti tagliando il cuneo fiscale e rimodulando l’Irpef, ma alla fine il beneficio netto è pari a zero. Anzi, per i redditi sopra i 35mila euro il segno è addirittura negativo perché la restituzione è stata molto imperfetta».

Come alleggerire realmente il carico fiscale sui lavoratori?
«Il problema vero è che il carico fiscale, nel nostro Paese, è completamente sballato. Si tassano soltanto il lavoro dipendente e solo quello sopra i 35mila euro. La prima casa non è tassata ormai da molto tempo, l’Imu è basata sul catasto e non sui valori immobiliari di mercato, le successioni non sono tassate al pari della prima casa, la flat tax è molto estesa per il lavoro autonomo. In questo modo pagano le tasse soltanto i dipendenti, non anche le multinazionali o i super-ricchi. Il carico fiscale va gradualmente risistemato tassando di meno il reddito dipendente e di più le proprietà e le successioni, ma senza aumentare il carico complessivo».

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Direttore Editoriale - Articoli pubblicati: 203

Libero Professionista, impegnato oltre che sul fronte dei servizi e prestazioni connesse al tema della prevenzione degli infortuni in ambienti di lavoro, ha maturato una notevole esperienza nell’ambito delle relazioni sindacali, ed oggi è tra i fondatori di diverse realtà sindacali di carattere Nazionale.

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