A inizio marzo, Anthropic ha pubblicato lo studio “Labor market impacts of AI: A new measure and early evidence” di Maxim Massenkoff e Peter McCrory, che analizza l’impatto dell’Intelligenza artificiale sul mercato del lavoro USA. L’articolo ne discute senza previsioni catastrofiste.
Gli autori introducono l'”Observed Exposure”, una misura secondo cui un compito, in un contesto lavorativo, è “coperto” solo se teoricamente accelerabile di almeno il 50% dalle nuove tecnologie.
Ma quali sono le professioni e i profili più esposti? Programmatori (74,5%), customer service (70,1%), data entry keyer. Il 30% dei lavoratori ha esposizione zero (dai cuochi ai meccanici). Ma, sorprendentemente, sono di solito più esposte le donne (+16%), i più istruiti (i laureati magistrali), coloro i quali, di solito, sono pagati di più (+47%) e gli over 40. Come dire: l’Intelligenza artificiale colpisce maggiormente il ceto medio cognitivo qualificato.
Sta di fatto che, secondo Anthropic, non c’è alcun aumento significativo della disoccupazione dovuto agli effetti di ChatGPT, ad esempio. Ma un dato preoccupante, tuttavia, si rileva: le assunzioni dei giovani (22-25 anni), dal 2024, sono calate del 14% nelle professioni più esposte.
In ogni caso: lo studio non rileva crisi generalizzate. Ma, almeno per ora, segnala solo micro trasformazioni. Di sicuro, meno ingressi dei giovani nei mondo del lavoro, e un maggior impatto dell’IA sulle mansioni cognitive qualificate. Per questo, l’auspicio è che deve essere la politica ad indirizzare al meglio le nuove tecnologie.

