Un lavoratore su cinque non ha le competenze richieste per il ruolo che ricopre. E il livello di formazione di un lavoratore non sempre è in linea con l’occupazione ricoperta. Basterebbero questi due elementi per comprendere che oggi, nel mercato del lavoro italiano, il problema è non solo quello di trovare i candidati ma anche quello di far incrociare domanda e offerta di occupazione. E se questo problema sussiste è perché le piattaforme digitali hanno sì semplificato l’accesso al lavoro, ma anche moltiplicato le candidature rendendo più difficile orientarsi tra i profili davvero rilevanti.
Un dato su tutti: nei portali di recruiting tradizionali le candidature si rivelano poco in linea con i requisiti richiesti anche nel 90% dei casi. Di conseguenza le aziende sono costrette a sottrarre tempo alla selezione e ad affrontare maggiori costi. I candidati, invece, entrano in processi poco trasparenti, senza un feedback o con una limitata corrispondenza tra profilo e opportunità. Qui si inserisce InMatch, piattaforma hr tech italo-svizzera sviluppata per intervenire sul rumore generato dalle candidature non in linea. «Il problema non è la scarsità di candidature, ma il tempo necessario per distinguere quelle realmente pertinenti. Lì si concentra una parte rilevante dell’inefficienza», spiega Gabriele Borga, founder di InMatch.
Ma come funziona InMatch? L’azienda non paga per pubblicare un annuncio né per generare traffico, ma solo per le candidature ritenute pertinenti rispetto alla posizione aperta. Alla base c’è un’infrastruttura di intelligenza artificiale supervisionata: dieci agenti virtuali, progettati per simulare approcci di valutazione differenti, analizzano ogni candidatura in relazione al ruolo e danno un esito condiviso. Se il livello di corrispondenza è alto, il profilo viene inoltrato all’azienda; nei casi intermedi è previsto un controllo umano; se la candidatura non è ritenuta coerente, il candidato riceve una notifica con la possibilità di chiedere una revisione.
Altro problema è la trasparenza salariale. Il 40% degli utenti iscritti inserisce volontariamente il livello di retribuzione desiderato al momento della candidatura. L’intento è quello di evitare colloqui destinati a interrompersi nella fase finale, quando le aspettative economiche del candidato possono risultare incompatibili con la disponibilità del datore di lavoro. Molti candidati, quindi, sono disposti a chiarire subito le loro richieste economiche. Il recruiting, invece, rimanda il confronto sul tema alle fasi finali del colloquio. Così eventuali divergenze diventano più difficili da gestire e la selezione si interrompe quando è già stata avviata, costringendo il datore di lavoro a riaprire la ricerca.
Ecco perché, oltre all’attività di matching, InMatch vuole sviluppare un filone di data journalism proprietario che contenga le indicazioni retributive, le priorità dei candidati, i ruoli più richiesti e le posizioni più difficili da coprire. L’obiettivo è costruire un osservatorio utile a leggere alcuni cambiamenti in corso nel mercato del lavoro italiano, a partire dall’area milanese per poi estendere progressivamente l’analisi su scala più ampia.

