In un’intervista che ha rilasciato al settimanale Chi, Giorgia Meloni ha promesso che alla ripresa dei lavori parlamentari di settembre metterà al centro dell’attenzione l’economia e il mondo del lavoro. Chissà se allora tornerà in auge il nodo del cuneo fiscale. Oggi, per pagare un dipendente 25.000 euro netti all’anno, un’azienda in Italia deve spenderne quasi il doppio.
Il conto è semplice: il costo totale per l’azienda è di 48.000 euro, mentre la retribuzione lorda è di 35.000 euro e quella netta si ferma a 25.900 euro.
Questo significa che una buona parte dei soldi che un’azienda spende per pagare un lavoratore finisce in tasse e contributi, con il risultato che il nostro è tra i Paesi europei dove il costo del lavoro è più alto, ma gli stipendi netti restano tra i più bassi.
“Il problema non riguarda solo i lavoratori, che si ritrovano con buste paga basse, ma anche le aziende. Se un’impresa vuole aumentare lo stipendio di un dipendente di 100 euro netti al mese, potrebbe trovarsi a spendere più del doppio tra tasse e contributi. Questo peso fiscale e contributivo frena la possibilità di dare aumenti, soprattutto per le piccole imprese, che non hanno i margini di una grande multinazionale”, ha fatto presente la piattaforma Will, sottolineando che, a lungo andare, questo meccanismo penalizza tutti: “Le aziende si trovano a sostenere costi altissimi e hanno meno spazio per premiare i lavoratori. I lavoratori, dal canto loro, vedono stipendi bassi e poche prospettive di crescita. E l’economia nel suo complesso ne risente, perché se i salari restano fermi anche i consumi non crescono e il Paese fatica a rilanciarsi”.
Uno dei politici che batte su questo tasto è l’economista Michele Boldrin, leader di Ora. Per lui, la questione sta in questi termini: “La colpa è della spesa pubblica. In particolare, dei sussidi, delle pensioni, dei bonus ovunque e degli interessi sul debito. O si tagliano quelle voci o si tagliano i servizi essenziali. Oppure il cuneo fiscale crescerà ancora”.

