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SERIE A 2025-2026 · 35ª GIORNATA · IL VERDETTO DEL CAMPIONATO

Inter campione, e non c’è discussione, le rivali smarrite e una corsa Champions ancora apertissima.

Lo Scudetto di una squadra che ha dettato legge

 

A San Siro, il 3 maggio 2026, alle 22:35, Cristian Chivu ha alzato al cielo il ventunesimo tricolore della storia dell’Inter. Un 2-0 al Parma firmato Thuram e Mkhitaryan, tre giornate d’anticipo, festa annunciata e meritata. Perché se è vero che lo scudetto si conta in punti — 79 alla 35ª, +9 sul Napoli secondo, +12 sul Milan, +14 sulla Juventus (Roma Forever) — è ancora più vero che lo si conquista con il gioco. E qui i nerazzurri hanno scritto pagine che sfiorano la storia recente del nostro campionato.

Una premessa onesta sui numeri, perché vanno raccontati senza esagerazioni. L’Inter non ha realizzato il doppio dei gol delle inseguitrici, ma il dato è comunque impressionante e racconta un dominio offensivo netto: 82 gol fatti in 35 partite, contro i 52 del Napoli e i 48 del Milan . Tradotto: i nerazzurri hanno segnato il 58% in più del Napoli e quasi il 71% in più del Milan. Non è il doppio, ma è una distanza siderale, che vale come testimonianza tecnica di un campionato vinto in attacco. A metà aprile  solo 7 squadre negli ultimi vent’anni hanno vinto lo scudetto chiudendo anche con il miglior attacco: l’Inter di Chivu è destinata a entrare in quel club.

E però. Lo scudetto, da solo, non basta, perché i fantasmi della Champions League pesano e pesano tanto. La finale di Monaco persa 5-0 contro il PSG la scorsa primavera era una ferita aperta; questa stagione l’eliminazione ai playoff per mano del Bodø/Glimt (3-1 in Norvegia, 1-2 a San Siro, out il 24 febbraio) ha lasciato una cicatrice ancora più dolorosa. Una squadra di questo livello tecnico, con questi numeri in campionato, non può eclissarsi due volte di seguito sul palcoscenico europeo. La finale di Coppa Italia del 13 maggio contro la Lazio diventa allora un’altra prova del nove: per chiudere il cerchio del “doblete”, certo, ma soprattutto per dimostrare che questa Inter, in gara unica e in trofei a eliminazione, sa rispondere presente. Lo scudetto è la base. Quello che si chiede a un gruppo di questa caratura è di saper vincere anche le partite secche.

La corsa scudetto vista dalle inseguitrici: un’occasione bruciata da tutte

Per capire quanto sia stato dominante l’Inter, basta osservare il deserto attorno. Il Napoli di Antonio Conte parte da una stagione di rilancio dopo la stella della stagione precedente, ma viaggia a un ritmo che mai ha veramente impensierito i nerazzurri, influenzato dai tantissimi infortuni: 70 punti, 52 gol fatti, una gestione che a tratti è sembrata più conservativa che ambiziosa. Il Milan di una rifondazione complicata ha alternato lampi a buchi neri inspiegabili , con 67 punti che dicono di una stagione di transizione mascherata da corsa Champions. 

Il dato decisivo è uno: l’Inter ha vinto lo scudetto con tre giornate d’anticipo. In un campionato dove le concorrenti, sulla carta, avevano gli strumenti per restare attaccate fino a maggio, è la conferma che il distacco non è stato statistico ma strutturale. C’è stata una squadra a giocare per il titolo, e ci sono state quattro squadre a giocare per arrivare seconde. Il Napoli ha pagato i tanti infortuni ed un’involuzione tecnica (la prestazione di Como ne è il sintomo), il Milan ha pagato la discontinuità.

E così, archiviato lo scudetto, il vero campionato delle ultime tre giornate diventa quello per la Champions. È lì che si è giocato — e si gioca — il senso di questa 35ª giornata.

Como-Napoli 0-0:

Allo “Sinigaglia” finisce 0-0, ma il punteggio non racconta tutto. Il Napoli ne esce con un pareggio che vale 70 punti e che, di fatto, consegna lo scudetto ai nerazzurri il giorno prima della festa di San Siro.

Sul piano tecnico-tattico, la lettura è impietosa. Conte aveva preparato la gara con un 3-4-2-1 contratto, riservando alle ripartenze il piano A. Il Como di Cesc Fabregas, però, ha disinnescato il piano in modo intelligente: costruzione bassa con i due mediani che si scaglionano, ampiezza affidata agli esterni di centrocampo, e soprattutto pressing alto sulle uscite di Meret che ha costretto il Napoli a giocare a ridosso della propria area per gran parte del primo tempo. Le occasioni più nitide — quelle del Como nel primo tempo — sono nate proprio da questa pressione.

La prestazione del Napoli è stata deludente non tanto sul piano del risultato (un punto a Como, contro una squadra in piena lotta per le coppe, è in assoluto un risultato dignitoso) quanto sul piano della proposta. L’Hojlund della linea offensiva è rimasto isolato, De Bruyne — sempre più difficile da inserire in un sistema che non gli costruisce attorno — non ha trovato i tempi giusti tra le linee, e la mediana ha sofferto la qualità di palleggio del Como. Conte ha provato a scuotere la squadra nella ripresa con due cambi offensivi, ma il Napoli non è mai arrivato veramente al tiro pulito. È la fotografia di una squadra che a dieci mesi dalla vittoria del titolo precedente ha smarrito ambizione e identità: la rincorsa scudetto, sulla carta possibile fino a metà aprile, è morta a Como per assenza di idee, non per sfortuna.

Il Como, dal canto suo, sale a 62 punti e si tiene appaiato alla Roma in piena lotta per l’Europa. È la conferma di una stagione straordinaria della squadra di Fabregas, che con un budget infinitamente inferiore alle big sta giocando un calcio europeo, riconoscibile, propositivo. Una delle storie più belle del campionato.

Sassuolo-Milan 2-0: il Milan saluta lo scudetto, e adesso pure la Champions trema.

Al Mapei Stadium succede qualcosa che fino a poche settimane fa sarebbe sembrato impensabile: il Sassuolo batte 2-0 il Milan con reti di Berardi e Laurienté. La svolta arriva al 24’ del primo tempo, con il Milan ridotto in dieci per doppio giallo e costretto a riorganizzarsi per oltre un’ora di gioco con un uomo in meno.

L’analisi tattica: il Milan di questa stagione è una squadra che, anche in undici, ha mostrato problemi cronici di transizione difensiva. Ridotta in inferiorità numerica così presto, la squadra ha dovuto rinunciare a qualunque velleità di pressione alta, abbassandosi in un 4-4-1 difensivo che il Sassuolo, in piena emergenza salvezza ma rivitalizzato dalla qualità individuale di Berardi, ha letto perfettamente. Berardi ha trovato il vantaggio sfruttando l’ampiezza — il classico cross dal fondo o l’incursione a rientrare — mentre Laurienté ha chiuso il match in transizione, sfruttando spazi enormi alle spalle dei terzini rossoneri.

Il problema non è la sconfitta in sé, ma cosa rivela. Il Milan arriva a fine stagione senza trazione, con una squadra che non riesce a sopportare l’inferiorità numerica, che subisce le partite invece di indirizzarle e che adesso vede traballare anche l’obiettivo Champions League. Restare a 67 punti, con il Napoli a 70 e la Juventus che insegue, significa giocarsi tutto nelle ultime tre giornate. È un finale che il Milan non può permettersi di sbagliare: un’eventuale esclusione dalla Champions sarebbe il sigillo definitivo di una stagione fallimentare, scudetto a parte.

Juventus-Verona 1-1: l’occasione che la Juve butta via

La Juventus ha invece affrontato all’Allianz Stadium il Verona già retrocesso, e il match ha consegnato un altro 1-1 dal sapore amaro per Spalletti.

Il dato di partenza era questo: match point Champions per la Juve. Vincere voleva dire salire a 67 e mettersi a un punto dal Milan e a tre dal Napoli, con tre giornate ancora da giocare. La Juve, di fronte a una squadra senza più obiettivi, ha invece offerto una prestazione di sterilità offensiva preoccupante: tante occasioni costruite, ma anche tantissime sprecate, e una squadra in 10 — il Verona ha terminato con un giallo in più nei minuti finali — capace di reggere fino al 90’+6’. Tuttosport ha sintetizzato bene: la Juve butta via il match point e Vlahovic evita il disastro andando a segno per l’1-1 che almeno muove la classifica.

Tatticamente, Spalletti sta provando a innestare il suo gioco posizionale su un materiale tecnico che fatica ad assimilarne i tempi. Il 4-3-3 dei bianconeri ha mostrato — come spesso in questa stagione — buone idee in fase di costruzione e profondi limiti in zona rifinitura: troppi tocchi prima della conclusione, Yildiz lasciato in isolamento sull’esterno, un Conceiçao che ha perso quella brillantezza vista a inizio stagione, un centrocampo che non trova la verticalità necessaria. Vlahovic resta il riferimento, ma è una soluzione spesso più individuale che di gioco.

La Juventus chiude la giornata a 65 punti — appaiata in coda al gruppo Champions e con Roma e Como a 62 ancora in corsa per il sesto posto e per agganciare il treno europeo che conta.

La corsa Champions: una volata a quattro (e mezzo)

Ecco come si presenta la classifica per i posti Champions dopo il 35° turno, con tre giornate da giocare: Cosa ci dice questa fotografia? Che il Napoli è di fatto già qualificato, salvo un crollo difficilmente immaginabile. Che il Milan ha buttato via il vantaggio acquisito nei mesi scorsi ed è ora la squadra più fragile psicologicamente del lotto. Che la Juventus ha sprecato l’occasione più grande della sua corsa, ma resta in vantaggio per esperienza e calendario. E che il Como — una neopromossa che gioca un calcio di qualità sotto Fabregas, con Nico Paz a 12 gol come uno dei migliori giovani del torneo — è la sorpresa che potrebbe ridisegnare l’ordine d’arrivo. La Roma insegue con la stessa quota.

Le tre giornate finali si annunciano feroci. Il Milan ha bisogno di ritrovare gambe e testa, la Juventus deve smettere di pareggiare contro le piccole, il Como deve trovare la spinta finale per trasformare la sua stagione perfetta in un’impresa storica, la Roma deve sperare in passi falsi altrui. E c’è anche il Bologna in agguato, sotto, pronto a inserirsi se qualcuno dovesse cedere del tutto.

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Autore - Articoli pubblicati: 60

Studente di Giurisprudenza, con esperienza amministrativa e interesse per ambito legale, aziendale e risorse umane.

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