Un modo per spiegare che le questioni economiche hanno da sempre un peso decisivo nelle scelte dell’elettorato a stelle e strisce. È stato così anche in occasione del recente voto di Midterm, trasformatosi in un plebiscito di sfiducia nei confronti dell’amministrazione repubblicana guidata dal presidente Donald Trump. Sebbene i dati macroeconomici ufficiali raffigurassero un Paese in forte crescita, infatti, gli elettori sono stati mossi da un profondo malessere economico. La rabbia per il caro vita ha di fatto “svuotato” le urne repubblicane, premiando invece l’opposizione democratica.
Il fattore determinante della sconfitta risiede nel divario tra i dati macroeconomici e la realtà quotidiana delle famiglie. Nonostante gli incoraggianti tassi di crescita del PIL, aumentato del 3,4% nel terzo trimestre del 2026, la fiducia dei consumatori è precipitata al minimo storico. Gli elettori hanno bocciato innanzitutto le politiche commerciali della Casa Bianca, in particolare l’imposizione di dazi doganali su larga scala. Quelle tariffe, infatti, hanno agito da tassa occulta sui beni d’importazione, facendo impennare i prezzi al consumo e colpendo duramente il potere d’acquisto dei ceti medi e bassi. Circa due terzi degli elettori hanno apertamente attribuito all’amministrazione Trump la responsabilità di questa grave spirale inflazionistica.
Non solo: i dazi avrebbero dovuto riportare le fabbriche in America, invece la manifattura ha perso 75mila posti, gli investimenti per costruire stabilimenti sono scesi del 30% e il disavanzo commerciale nei beni manifatturieri è più ampio del 5% rispetto al primo semestre 2024. A settembre i posti di lavoro creati sono stati 29mila, sotto lo standard, e nel mese di luglio sono stati rivisti a meno 10mila. Male anche i salari che sono sì cresciuti del 3 per cento, ma hanno perso potere d’acquisto a causa dell’inflazione.
A peggiorare un quadro già fragile ha contribuito la crisi geopolitica: lo scoppio del conflitto con l’Iran e le sue ripercussioni sui mercati petroliferi globali hanno fatto aumentare vertiginosamente i prezzi di benzina e diesel. Il costo del carburante è diventato il simbolo di un’economia ormai fuori controllo. I dati lo confermano: l’inflazione è al 3,7%, con un picco del 4,2 a maggio; il 7 ottobre la benzina costava 4,37 dollari al gallone contro i 3,16 di un anno prima; il diesel ancora di più. Insomma, l’aumento dei costi energetici ha fatto da moltiplicatore per l’inflazione generale, “azzerando” i benefici promessi da Trump e spingendo milioni di americani a votare «con il portafoglio».
Non a caso la stragrande maggioranza della popolazione si è detta insoddisfatta della gestione economica, punendo severamente i candidati repubblicani nei collegi chiave e nelle loro storiche roccaforti come Texas, Kansas e South Carolina. Le strategie di campagna elettorale basate su temi identitari o sull’attacco agli avversari politici non sono bastate a distogliere l’attenzione degli americani dalle difficoltà finanziarie di tutti i giorni. E adesso? Il Congresso cambia volto e per l’amministrazione Trump si apre una fase di rigido controllo istituzionale: c’è da scommettere che, nei prossimi mesi, la Casa Bianca dovrà fare i conti con un’inflazione che non è stata solo un indicatore economico, ma il vero giudice di questa tornata elettorale.

