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Le Lega che ancora non esiste

Il congresso, Salvini, il Sud e la possibilità di costruire qualcosa di nuovo.

Quest’estate, ragionando sul futuro della Lega, avevo condiviso una riflessione che oggi, alla luce di quanto sta accadendo, sento ancora più attuale. Mi chiedevo se il vero problema della Lega fosse davvero Matteo Salvini oppure se, al contrario, fosse arrivato il momento di ripensare profondamente il modello di partito costruito intorno alla sua leadership.

Perché credo che Salvini, al netto degli errori che possono essergli attribuiti, abbia avuto un merito politico che non possiamo ignorare: aver portato un movimento nato per rappresentare una parte del Paese a confrontarsi con l’intera Italia. È stato un passaggio storico, anche se probabilmente non ancora completato. Ed è proprio da qui che, secondo me, bisognerebbe ripartire.

In estate immaginavo una Lega che avesse il coraggio di rivedere il proprio simbolo, superando il riferimento a “Salvini Premier” senza rinnegare Salvini, e soprattutto che si dotasse di un organismo politico collegiale, capace di affiancare il segretario nelle scelte più importanti. Oggi questi due temi sono entrati concretamente nel dibattito congressuale. Ed è un fatto interessante, perché significa che dentro la Lega si sta facendo strada la consapevolezza che il mondo è cambiato e che non basta più affidarsi alla forza comunicativa e politica di una sola persona.

Viviamo una stagione nella quale le trasformazioni sociali, economiche, tecnologiche e persino culturali corrono a una velocità impressionante. Pensare che un solo leader, per quanto capace e autorevole, possa interpretarle tutte e decidere da solo le risposte è francamente anacronistico. Serve una guida, certamente, ma intorno a quella guida servono intelligenze, esperienze, sensibilità e soprattutto persone che conoscano davvero i territori.

E qui arrivo a quello che considero il punto politico più importante di questa fase: la Lega deve decidere se vuole essere un partito nazionale soltanto nel simbolo oppure diventarlo davvero nella sua organizzazione e nella sua classe dirigente.

Non significa abbandonare il Nord, sarebbe un errore enorme. Le radici della Lega sono lì, nella cultura dell’autonomia, nella difesa delle comunità, nella responsabilità di chi amministra. Quelle radici vanno rispettate e valorizzate. Ma proprio perché quelle radici sono importanti, credo che oggi possano alimentare un progetto molto più grande, capace di riconoscere le tante Italie che compongono il nostro Paese.

E allora mi domando: perché un grande dirigente meridionale della Lega non dovrebbe poter avere le stesse possibilità di guidare il partito di un dirigente lombardo o veneto? Perché le responsabilità nazionali dovrebbero continuare a rispondere prevalentemente a equilibri costruiti dall’alto, anziché alle capacità delle persone che emergono dalle comunità?

Non penso a qualche nomina simbolica per dimostrare che la Lega guarda al Sud. Penso a uomini e donne del Meridione che possano realmente partecipare alle decisioni nazionali, portando una propria visione, una propria cultura amministrativa e una conoscenza diretta dei problemi e delle opportunità dei territori. Persone scelte dal basso, non semplicemente indicate dall’alto.

Anche perché nel frattempo il centrodestra sta cambiando. E credo che la scelta di Cateno De Luca di costruire un’intesa nazionale con Giorgia Meloni meriti una lettura molto più attenta di quella che spesso accompagna le notizie sulle alleanze politiche.

Cateno ha compreso che si può partecipare a un grande progetto nazionale senza necessariamente rinunciare alla propria identità territoriale. Naturalmente bisognerà vedere come questa intesa si tradurrà concretamente nelle scelte e nei programmi, ma il significato politico è evidente: Meloni sta aprendo uno spazio nel centrodestra anche a una componente meridionale, civica e autonomista, che chiede di essere riconosciuta per quello che rappresenta.

E la Lega? Può davvero permettersi di lasciare che siano altri a interpretare politicamente il Sud?

A mio avviso no. Anzi, dovrebbe essere proprio la Lega, per la sua storia autonomista, a comprendere prima degli altri che non esiste un unico modello di sviluppo valido indistintamente per Milano, Napoli, Palermo o Cosenza. Il federalismo non può essere un principio da rivendicare soltanto quando conviene a una parte del Paese. O diventa una cultura politica nazionale, oppure rischia di perdere la sua stessa ragione d’essere.

Vengo allora al congresso. La mia sensazione è che Salvini possa uscirne con una leadership confermata e numericamente forte, ma che il dato più interessante non sarà soltanto quanti voti prenderà. Sarà capire quale Lega nascerà il giorno dopo.

Se quella leadership diventerà realmente più collegiale, con responsabilità distribuite e un confronto politico autentico, il congresso potrebbe rappresentare l’inizio di una fase nuova. Se invece tutto si risolverà in una riconferma del segretario e in qualche cambiamento di facciata, temo che le difficoltà torneranno a presentarsi, magari ancora più forti.

E qui c’è un’altra questione che osserverò con grande interesse: cosa farà la componente che avrà sostenuto Massimo Garavaglia?

Perché una minoranza congressuale non è necessariamente una sconfitta per un partito. Può diventare una straordinaria risorsa, soprattutto quando rappresenta territori, amministratori e sensibilità politiche che continuano ad avere un peso reale.

Credo che la scelta politicamente più intelligente per questa componente sarebbe quella di continuare a lavorare dentro la Lega, portando avanti le proprie idee e verificando se la nuova organizzazione sarà davvero disponibile a valorizzarle. Uno strappo potrebbe indebolire Salvini, certamente, ma rischierebbe anche di lasciare chi lo compie senza uno spazio politico altrettanto riconoscibile.

Allo stesso tempo, però, l’unità non può essere semplicemente pretesa dal vincitore. Deve essere costruita. Se si chiede a una minoranza di restare, bisogna anche consentirle di contribuire alle decisioni. Altrimenti non si costruisce un partito federale, ma si chiede soltanto a tutti di adeguarsi alla volontà di chi ha vinto.

E non escluderei nemmeno che le tensioni possano ripresentarsi tra qualche anno. Del resto, dopo il congresso di Firenze, che sembrava aver consolidato definitivamente la leadership di Salvini, siamo arrivati a una nuova verifica congressuale. Questo dovrebbe insegnare che una maggioranza, da sola, non risolve le questioni politiche che hanno alimentato il dissenso.

C’è poi uno scenario che oggi potrà sembrare provocatorio, ma che personalmente non considero del tutto impossibile.

E se, superato il congresso e ridisegnati gli equilibri interni, Salvini e Vannacci trovassero un giorno le condizioni per un nuovo dialogo?

Non sto immaginando necessariamente una riunificazione nazionale, né penso che le profonde differenze emerse negli ultimi mesi possano essere cancellate con una stretta di mano. Ma la politica ci ha abituati a scenari che fino a poco tempo prima sembravano impensabili.

Potrebbe esserci, in alcuni territori e a determinate condizioni, lo spazio per un armistizio politico, una forma di convergenza tra una Lega radicata nelle istituzioni e una componente più marcatamente identitaria e sovranista. Salvini potrebbe continuare a interpretare la dimensione del governo e delle relazioni istituzionali, mentre Vannacci potrebbe tentare di trasformare il proprio consenso personale in un’organizzazione realmente presente nelle comunità.

È un’ipotesi difficile, lo riconosco. Anche perché una scelta del genere rischierebbe di entrare in contraddizione con le sensibilità più moderate e federaliste che oggi chiedono spazio nella Lega. Ed è proprio per questo che considero determinante il metodo collegiale: scelte di tale portata non potrebbero più essere affidate all’intuizione di un solo uomo, ma dovrebbero nascere da una valutazione condivisa, capace di tenere insieme identità, programmi e prospettive elettorali.

In fondo è questo il punto sul quale continuo a tornare.

La politica italiana ha bisogno di superare la stagione dei partiti costruiti intorno alle persone senza necessariamente rinunciare ai leader. Abbiamo bisogno di personalità forti, riconoscibili, capaci di assumersi responsabilità, ma anche di organizzazioni che sappiano sopravvivere ai propri leader, valorizzare il dissenso e soprattutto far crescere una nuova classe dirigente.

Io continuo a credere che il futuro della politica passi da una grande Unione delle Autonomie, da una capacità di mettere insieme le differenze senza cancellarle, da un modello nel quale i territori non siano semplicemente luoghi nei quali raccogliere voti, ma comunità dalle quali nascono le decisioni.

È una visione che porto avanti con Italia del Meridione e che ritengo possa contribuire anche a un ripensamento più ampio del centrodestra italiano.

Perché la sfida non è costruire una Lega più settentrionale o più meridionale. La sfida è capire se sia possibile costruire una Lega realmente federale, nella quale un lombardo possa sentirsi rappresentato quanto un siciliano, senza che nessuno dei due debba rinunciare alla propria identità.

Nei prossimi giorni conosceremo il risultato del congresso. Ma, a mio avviso, le risposte più importanti non arriveranno dalle urne congressuali. Arriveranno dalle scelte che seguiranno, dalla composizione dei nuovi organismi dirigenti, dalla capacità di tenere unito il partito e soprattutto dal coraggio di aprirlo a energie nuove.

Perché il futuro della Lega non dipenderà soltanto da chi avrà il potere di guidarla, ma da quante persone avranno finalmente la possibilità di contribuire a costruirla.

E forse è proprio questa la Lega che ancora non esiste. E che, chissà, potrebbe iniziare a nascere proprio adesso.

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Collaboratore - Articoli pubblicati: 28

Commercialista e tributarista, con una consolidata esperienza nella consulenza d’impresa e nel diritto tributario. Presidente di UIFOR – Unione Italiana Forfettari, il primo sindacato dedicato ai contribuenti in regime forfettario, affianca professionisti e imprese nella crescita e nell’innovazione, con uno sguardo particolare allo sviluppo del Mezzogiorno. Appassionato di economia, politica e cultura mediterranea, crede nella costruzione di reti e comunità come strumento di progresso. Vive tra Roma e il Sud Italia, da dove trae energia e ispirazione anche grazie alla sua famiglia e al territorio, che rappresentano la radice più autentica del suo percorso umano e professionale.

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