Partecipando al trentennale di Confimprese Italia, durante un confronto dedicato alla formazione, mi sono trovato a pronunciare una frase che non avevo preparato: «Nessuno si forma da solo». Continuando a ragionarci, mi sono accorto che dentro quelle parole c’è una parte importante della discussione che dovremmo aprire sul futuro del lavoro autonomo in Italia.
Da anni parliamo del regime forfettario quasi esclusivamente attraverso il fisco: aliquota al 15 per cento, agevolazione al 5 per cento, soglia dei ricavi, semplificazione. È comprensibile, perché nasce come regime tributario. Eppure, se continuiamo a osservarlo soltanto da questa prospettiva, rischiamo di non accorgerci che nel frattempo è diventato anche una delle forme attraverso le quali una parte del lavoro italiano si sta riorganizzando.
Durante il mio intervento l’ho definito “l’atomo dell’economia italiana”. Non voleva essere semplicemente una formula efficace. Pensavo all’atomo come a qualcosa di piccolo, ma capace di combinarsi, creare relazioni e costruire strutture più complesse. È quello che accade ogni giorno quando un’impresa trova all’esterno la professionalità che le manca: un tecnico, un informatico, un consulente, un comunicatore, una competenza altamente specializzata che non necessariamente deve essere incorporata stabilmente nella propria organizzazione.
Non significa contrapporre il lavoro autonomo a quello dipendente. Sarebbe una lettura sbagliata. Significa comprendere che il lavoro sta cambiando e che le imprese oggi possono crescere non soltanto aumentando le proprie dimensioni, ma anche costruendo reti di competenze.
C’è poi un aspetto che nel dibattito fiscale quasi scompare: la funzione sociale che, in molti casi, assume la partita IVA. Può essere la scelta di una madre che cerca una diversa conciliazione tra professione e famiglia, di una persona che a cinquant’anni perde il lavoro e decide di rimettere sul mercato ciò che ha imparato in una vita, oppure di un giovane che prova a rimanere nel proprio territorio costruendosi lì un’attività. Non voglio idealizzare il lavoro autonomo, che presenta difficoltà e fragilità evidenti. Credo però che sia arrivato il momento di leggerlo per ciò che realmente rappresenta, e non soltanto per quante imposte produce.
È qui che entra il tema della formazione. Per troppo tempo abbiamo confuso la crescita con il “fare di più”. Oggi la vera competizione si gioca sempre più sulla capacità di fare meglio, e per fare meglio servono conoscenza, specializzazione e aggiornamento continuo.
Per un autonomo questo tema è ancora più delicato. Una grande organizzazione può avere programmi formativi, risorse dedicate e strutture interne. Chi lavora da solo deve invece trovare autonomamente tempo e denaro per aggiornarsi, mentre continua a lavorare e a cercare mercato. Con l’intelligenza artificiale e la trasformazione digitale che stanno modificando intere professioni, la formazione non può più essere considerata un elemento accessorio.
Da qui nasce una proposta che come UIFOR abbiamo posto più volte. Il forfettario, per sua natura, non deduce analiticamente i normali costi dell’attività: questi sono già considerati attraverso il coefficiente di redditività. È una semplificazione importante e va preservata. Ma possiamo domandarci se alcune spese, per la loro natura, meritino una considerazione diversa.
La formazione è una di queste.
Prevedere, entro limiti e condizioni ben definiti, una specifica deducibilità degli investimenti in formazione anche per i forfettari non significherebbe trasformare il regime in un ordinario mascherato. Significherebbe riconoscere che quando una persona acquisisce una nuova competenza quella spesa non si esaurisce nell’anno in cui viene sostenuta: rimane nel suo patrimonio professionale e, attraverso il suo lavoro, entra nel patrimonio di competenze del sistema produttivo.
Continueremo certamente a discutere di aliquote, soglie e semplificazioni. Ma credo che il futuro delle partite IVA non possa essere costruito soltanto chiedendoci come farle pagare meno. Dovremmo iniziare a chiederci anche come metterle nelle condizioni di valere di più.
Forse è questo il cambio di prospettiva che manca: smettere di vedere milioni di partite IVA soltanto come milioni di contribuenti e cominciare a considerarle per ciò che possono essere, milioni di competenze che l’Italia ha interesse a far crescere.

