Sei anni dopo la pandemia che rivoluzionò il mondo del lavoro imponendo lo smart working, abbiamo capito come lo si può utilizzare al meglio?
Secondo la piattaforma Torcha, non esiste una risposta corretta per tutti. Ma con un giusto mix lavorare da remoto potrebbe essere utile a tutti.
La Federal Reserve Bank of New York ha calcolato che dalla pandemia in poi negli Stati Uniti è quadruplicato il numero di ore lavorate da remoto e questo avrebbe una ricaduta diretta sul minore appeal dei neolaureati: con team maturi composti da figure senior e con esperienza, abituati a lavorare da casa, è senz’altro più difficile inserire un giovane e seguirlo da remoto più volte durante la giornata. La formazione in presenza permette di ottenere capacità molto più ampie e di farsi conoscere meglio.
Quando le persone lavorano accanto ai propri colleghi tendono a ricevere più nozioni. I riscontri da remoto, invece, sono meno frequenti.
Lavorare in ufficio garantisce un bagaglio di feedback, situazioni da affrontare, capacità di problem solving maggiori rispetto a chi ha lavorato tanto da remoto.
Sappiamo tutti che lo smart working permette un risparmio di tempo e di soldi davvero importante, basti pensare ai pendolari, ad esempio. Tuttavia, i rischi di un suo abuso sono altrettanto evidenti.
Soprattutto per le nuove leve, andare in ufficio, essere affiancati da tutor e figure senior con esperienza, dà una possibilità di imparare anche in silenzio: osservando gli altri, captando certe dinamiche, ascoltando i responsabili. Tutte cose che da remoto risultano difficili da fare.
Ma tant’è: stando all’Harvard Centre for International Development lo smart working dà i migliori risultati andando in ufficio due giorni a settimana.
“Il lavoratore deve fare il suo. Ma è l’intera organizzazione a doversi organizzare per far sì che i team, quando presenti in ufficio, non passino l’intera giornata in call, ma collaborino e si scambino informazioni e riscontri. La giornata in ufficio dovrebbe essere differente rispetto a quella da remoto”, ha sottolineato Torcha ricordando che tra il 2022 e il 2023 secondo Science l’84% dei remote worker ha trascorso la propria giornata lavorativa in completa solitudine. Ma il silenzio della propria casa va bene fino a un certo punto: può migliorare le performance, me spesso condanna anche a una vera e propria solitudine.
Lo smart working può essere tra le cause di un burnout.
A sei anni dalla pandemia, non si è ancora tutti fiduciosi in un aumento della produttività da casa. La soluzione potrebbe essere davvero due giorni in ufficio e tre a casa.

