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Salari italiani, il fallimento di un sistema

È evidente la necessità di migliorare la produttività integrando l'AI nei processi industriali, investendo nella formazione e incentivando la ricerca

Ogni giorno migliaia di lavoratori italiani chiedono un aumento di stipendio. Sarebbe normale se lo facessero per migliorare il proprio tenore di vita. Sempre più spesso, invece, lo chiedono per difendere quel poco potere d’acquisto che è rimasto.
È questa la fotografia più chiara del fallimento del modello economico e produttivo italiano.
Da anni si celebra ogni minimo dato positivo sull’occupazione. Si annunciano record di assunzioni e diminuzione della disoccupazione. Eppure cresce il numero di persone che, pur lavorando, fanno fatica ad arrivare alla fine del mese.
La verità è semplice. In Italia il lavoro non garantisce più automaticamente sicurezza economica.
Secondo l’Ocse, le retribuzioni reali italiane sono ferme ai livelli degli anni Novanta. Nello stesso periodo la media dei Paesi Ocse è cresciuta del 32,5%. Secondo l’Eures, nel 2023 il salario lordo medio mensile in Italia era di circa 2.800 euro contro una media europea di 3.400 euro.
Per anni ci siamo confrontati con Spagna, Francia e Germania. Oggi scopriamo che il problema non riguarda più il confronto con le economie più forti. I lavoratori italiani stanno perdendo terreno rispetto a gran parte dell’Europa.
A questo fallimento ha contribuito una lunga serie di fattori, il primo dei quali è la bassa produttività. Negli ultimi trent’anni, infatti, la produttività oraria del lavoro è aumentata in Italia solo del 6%. In Germania, invece, è cresciuta di 25 punti.
E meno produttività vuol dire meno margine per aumenti di salario, visto che le aziende non possono pagare di più lavoratori che non generano più valore.
Di fronte a questi numeri sarebbe troppo facile attribuire ogni responsabilità alle imprese. Non sarebbe corretto. Esistono aziende che investono, innovano e faticano a competere in un mercato globale sempre più aggressivo.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare le responsabilità di un sistema che per troppo tempo ha considerato il costo del lavoro come la principale leva di competitività.
Altro fattore è l’inflazione. Negli anni Novanta l’Italia ha detto addio alla scala mobile ed è entrata nell’Euro, dove si è dovuta confrontare con le regole del mercato unico.
In Germania, Francia e Spagna questi cambiamenti sono stati gestiti con politiche attive di sostegno alle retribuzioni e sistemi contrattuali più reattivi. In Italia, invece, tutto ciò è mancato.
Anzi, il nostro Paese è rimasto ancorato al modello di contrattazione collettiva instaurato nel 1993 con l’accordo tra governo Ciampi e parti sociali.
Quel sistema ha svolto il proprio compito per molti anni. Oggi, però, mostra evidenti limiti.
Nella definizione dei salari, infatti, i contratti collettivi nazionali fanno riferimento all’inflazione programmata che, soprattutto durante le grandi fiammate inflazionistiche, risulta inferiore a quella reale.
Risultato: secondo l’Istat, tra il 2019 e il 2024 le retribuzioni contrattuali hanno perso oltre il 10% del loro valore.
È qui che emerge una responsabilità collettiva che riguarda politica, imprese e sindacati.
Per troppo tempo ci si è limitati a gestire l’emergenza senza affrontare il problema strutturale.
E poi c’è il tema del salario minimo.
La contrattazione collettiva copre oltre il 90% dei rapporti di lavoro. Una quota di lavoratori, però, resta esclusa pur comprendendo figure professionali ormai diffuse come i rider.
Anche il dibattito sul salario minimo continua a muoversi tra slogan e contrapposizioni ideologiche.
Una domanda, però, resta aperta.
Se nove euro l’ora vengono indicati da molti come la soglia minima di dignità economica, perché esistono ancora contratti che prevedono trattamenti inferiori?
E ancora.
Se i cosiddetti contratti pirata rappresentano il problema principale, perché tanti lavoratori continuano a percepire salari insufficienti anche all’interno di contratti firmati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative?
Sono interrogativi scomodi. Proprio per questo meritano una risposta.
Per invertire la tendenza occorre legare l’aumento delle retribuzioni a quello della produttività, investire in innovazione, ricerca, formazione e competenze.
La contrattazione collettiva resta uno strumento essenziale di tutela. Ma difendere la contrattazione significa anche avere il coraggio di riconoscerne i limiti e aggiornarla quando non riesce più a raggiungere gli obiettivi per cui era nata.
Quanto allo Stato, vincere la sfida della competitività significa sostenere le imprese negli investimenti tecnologici, valorizzare il capitale umano, snellire la burocrazia, digitalizzare i servizi e ridurre i tempi di risposta.
Ma serve anche una contrattazione più dinamica, capace di reagire rapidamente alle crisi inflazionistiche e di distribuire in modo più equo gli incrementi di produttività.
Insomma, va ripensato l’intero modello di sviluppo del Paese.
Continuare a discutere di salari bassi senza individuare responsabilità significa accettare lo stato delle cose.
Il problema non è soltanto economico.
Quando il lavoro non consente più di costruire un progetto di vita, di mettere su famiglia, di acquistare una casa o di guardare al futuro con serenità, entra in crisi uno dei principi su cui si fonda la Repubblica.
E quando questo accade, il fallimento non riguarda il singolo contratto o la singola categoria.
Riguarda l’intero sistema Paese.

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Direttore Editoriale - Articoli pubblicati: 211

Libero Professionista e Giornalista, impegnato oltre che sul fronte dei servizi e prestazioni connesse al tema della prevenzione degli infortuni in ambienti di lavoro, ha maturato una notevole esperienza nell’ambito delle relazioni sindacali, ed oggi è tra i fondatori di diverse realtà sindacali di carattere Nazionale.

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