C’è un punto che nel dibattito sul cosiddetto “salario giusto” rischia di passare sotto traccia, ma che in realtà è il vero nodo della questione: non si tratta solo di retribuzione, bensì di rappresentanza.
Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 28 aprile 2026 — il cosiddetto “Decreto Primo Maggio” — introduce l’obbligo di ancorare i trattamenti economici ai contratti collettivi delle organizzazioni “comparativamente più rappresentative”, condizionando a tale requisito l’accesso agli incentivi pubblici. Un’impostazione che, pur animata da finalità condivisibili sul piano della tutela retributiva, introduce un meccanismo che di fatto seleziona indirettamente i soggetti legittimati alla contrattazione. Non attraverso una legge sulla rappresentanza — che l’ordinamento continua a non avere — ma tramite un parametro economico che rischia di produrre effetti equivalenti.
È un passaggio delicato, e non solo sul piano tecnico. L’articolo 39 della Costituzione prevede un sistema che, a oltre settant’anni dall’entrata in vigore della Carta, non è mai stato pienamente attuato. In questo vuoto normativo si sono stratificate prassi, accordi e sistemi di fatto. Intervenire oggi con uno strumento d’urgenza, incidendo indirettamente su quel perimetro, significa operare una regolazione strutturale senza una cornice organica e senza il necessario passaggio parlamentare.
Non a caso, il Coordinamento Intersindacale Nazionale (C.I.N.), promosso da CONF.SELP, ha ritenuto di dover investire della questione il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con una lettera formale trasmessa il 30 aprile 2026 — il giorno stesso della prevista pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale. Nella comunicazione, il C.I.N. chiede al Capo dello Stato di valutare l’esercizio delle prerogative di cui all’art. 74 della Costituzione, segnalando seri profili di illegittimità con riferimento agli articoli 39, 24, 97 e 77 della Costituzione. Un atto formale, ma dal significato politico e istituzionale preciso: la questione non riguarda una singola organizzazione, ma l’equilibrio complessivo del sistema delle relazioni industriali.
Il rischio denunciato è duplice. Da un lato, si potrebbe determinare una compressione del pluralismo sindacale, favorendo chi già occupa posizioni dominanti e rendendo sempre più difficile l’accesso di nuovi soggetti rappresentativi. Dall’altro, si introduce un elemento di incertezza per imprese e lavoratori, esposti a potenziali contestazioni sulla validità sostanziale dei contratti applicati, in assenza di criteri misurabili e impugnabili per determinare la “rappresentatività comparata”. La Corte Costituzionale aveva del resto già segnalato, con la sentenza n. 156 del 2025, il carattere provvisorio di soluzioni di questo tipo, auspicando un intervento normativo organico che il decreto non fornisce.
Il tema, dunque, non è se il salario debba essere equo — principio sul quale vi è ampia convergenza — ma come questo obiettivo venga perseguito: attraverso strumenti coerenti con il sistema costituzionale, oppure mediante interventi che rischiano di alterarne gli equilibri consolidati.
In parallelo, le recenti dinamiche emerse in sede CNEL — con la piattaforma degli Organismi Paritetici Nazionali oscurata per oltre dieci giorni senza alcun provvedimento ufficiale — evidenziano come il tema della rappresentanza sia già oggi oggetto di tensioni significative, con effetti concreti su appalti, bilateralità e accesso al sistema delle relazioni industriali. Segnali che rendono ancora più urgente una risposta di sistema, non una soluzione parziale.
In questo contesto appare sempre più evidente la necessità di una riforma organica: non interventi indiretti o d’urgenza, ma una legge che dia finalmente attuazione all’articolo 39 della Costituzione, definendo criteri oggettivi, trasparenti e non discriminatori per la misurazione della rappresentatività di tutte le organizzazioni — grandi, medie e piccole — che operano nel sistema delle relazioni industriali.
Il rischio, altrimenti, è quello di continuare a costruire regole di fatto, fuori dal perimetro parlamentare, con effetti profondi su un sistema che incide direttamente sulla vita economica e sociale del Paese.
Non è solo una questione tecnica. È una questione di equilibrio democratico.

