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Una manovra da tenere lontana dalla campagna elettorale

Perchè è il momento di puntare su misure che garantiscano la crescita

La manovra finanziaria per il prossimo anno sarà un banco di prova per il governo Meloni. Con risorse tanto scarse a disposizione ed esigenze tanto forti alle quali rispondere, Palazzo Chigi è chiamato a compiere scelte lungimiranti e coraggiose, evitando sostanzialmente un solo errore: quello di pensare più alla scadenza elettorale delle europee che agli effetti di certe misure nel medio-lungo periodo, soprattutto per quanto riguarda lavoro, famiglie, caro-vita e Mezzogiorno.

L’amara realtà è dipinta dai numeri. Per finanziare la manovra servono almeno trenta miliardi e in cassa ce ne sono non più di sei o sette: quattro e mezzo ricavati in deficit dal Def, altri due potrebbero derivare dalla tassazione degli extraprofitti delle banche (prospettiva che negli ultimi giorni sembra aver perso consistenza) e poi ci sono circa 300 milioni frutto di spending review. Poco, troppo poco. Il primo imperativo, dunque, è trovare altre risorse a copertura delle misure destinate a trovare spazio nella manovra. Qui il Governo deve necessariamente adottare misure dirompenti.

Un esempio è proprio la spending review. I 300 milioni cui abbiamo appena accennato non possono bastare. E allora bisogna andare oltre il miliardo e mezzo di riduzione della spesa dei Ministeri previsto per il 2024. La lotta agli sprechi, in altre parole, non può limitarsi all’abolizione del Reddito di cittadinanza. Una soluzione potrebbe essere la razionalizzazione delle circa 740 tra detrazioni, deduzioni e altre agevolazioni fiscali che ogni anno sottraggono alle casse dello Stato qualcosa come 80 miliardi, pari addirittura a quattro punti di pil. È vero, gran parte di queste agevolazioni riguarda la prima casa e le spese sanitarie che vanno salvaguardate. Così come non vanno toccate le misure a sostegno della natalità né si può pensare di incidere sulla rivalutazione delle pensioni. Ma la spending review può e deve necessariamente andare oltre il miliardo scarso di cui ha parlato il viceministro Maurizio Leo.

Oltre a rivedere la spesa pubblica, a cominciare da quella improduttiva, il Governo dovrà concentrare le risorse su pochi interventi strategici, avendo ben presente un concetto: redditi da lavoro e pensioni non si toccano. Il rinnovo del taglio del cuneo fiscale, per il quale saranno necessari tra i nove e i dieci miliardi, è indispensabile per rimpinguare le buste paga in una fase in cui l’inflazione riduce drammaticamente il potere d’acquisto. In particolare nelle regioni del Mezzogiorno, dove i salati sono più bassi rispetto al Nord. E alla stessa esigenza risponde l’indicizzazione degli assegni previdenziali, operazione che dovrebbe costare circa 13 miliardi ma che appare necessaria anche per allontanare i soliti spettri della recessione. Allo stesso modo bisogna investire sulle politiche per la famiglia e soprattutto sulla sanità, se si vuole accorciare le liste d’attesa che in regioni come Puglia e Basilicata hanno raggiunto dimensioni senza precedenti.

Insomma, con le risorse a disposizione il Governo non potrà fare molto. L’importante, però, è che quei pochi fondi non vengano dispersi in mille rivoli di spesa al solo scopo di soddisfare le richieste dell’elettorato in vista delle europee della prossima primavera. È qui che Palazzo Chigi deve dimostrare di avere, oltre che coraggio e lungimiranza, una visione del Paese. Le sfide che attendono l’Italia nel prossimo futuro ce lo ricordano: non è più il tempo degli annunci e delle promesse, ma quello della responsabilità e della concretezza.

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Direttore Editoriale - Articoli pubblicati: 102

Libero Professionista, impegnato oltre che sul fronte dei servizi e prestazioni connesse al tema della prevenzione degli infortuni in ambienti di lavoro, ha maturato una notevole esperienza nell’ambito delle relazioni sindacali, ed oggi è tra i fondatori di diverse realtà sindacali di carattere Nazionale.

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