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Quando il lavoro non basterà più

Intelligenza artificiale, produttività e il nuovo contratto sociale

Ogni grande rivoluzione economica ha modificato il modo di produrre ricchezza. Quella che stiamo vivendo rischia di modificare qualcosa di ancora più profondo: il modo in cui una società distribuisce il valore, il potere e, in ultima analisi, la dignità delle persone.
Per oltre due secoli il capitalismo ha conosciuto una costante. Le innovazioni tecnologiche sostituivano il lavoro manuale, ma il fattore umano restava il centro della produzione. La macchina aumentava la forza dell’uomo, non ne cancellava il ruolo.
L’intelligenza artificiale rompe questo equilibrio.

Per la prima volta una tecnologia non interviene soltanto sull’attività fisica, ma entra nel cuore del lavoro cognitivo. Scrive, traduce, analizza, programma, progetta, formula diagnosi, supporta decisioni. Non sostituisce semplicemente il braccio dell’uomo; inizia a collaborare, e talvolta a competere, con la sua capacità intellettuale ed è questo il vero spartiacque storico.
Molto del dibattito pubblico continua a ruotare attorno a una domanda tanto comprensibile quanto insufficiente: quanti posti di lavoro verranno distrutti?
La domanda decisiva è un’altra.
Che cosa accade a un sistema economico quando una quota crescente della ricchezza viene prodotta da capitale algoritmico piuttosto che da lavoro umano?
La risposta non riguarda soltanto l’occupazione ma riguarda il modello stesso di società sul quale abbiamo costruito l’Europa del secondo dopoguerra.
Il nostro welfare si regge su un equilibrio semplice con le imprese producono e i lavoratori che percepiscono un salario, da quale derivano contributi previdenziali, imposte e consumi. Su questo circuito si finanziano pensioni, sanità, scuola e servizi pubblici, ma se il valore aggiunto si sposterà progressivamente dal lavoro agli algoritmi, sarà inevitabile ripensare l’intero patto sociale.
Le analisi del Fondo Monetario Internazionale indicano che circa il 40% dell’occupazione mondiale e fino al 60% dei posti di lavoro nelle economie avanzate sarà interessato dall’intelligenza artificiale. Questo non significa che milioni di lavoratori saranno automaticamente sostituiti. Significa, piuttosto, che milioni di professioni cambieranno natura. Alcune verranno integrate dall’IA, altre profondamente trasformate, altre ancora potrebbero ridursi o scomparire.
L’errore sarebbe interpretare questi dati esclusivamente come una previsione occupazionale, mentre l’intelligenza artificiale rappresenta soprattutto una gigantesca rivoluzione della produttività.

PwC, analizzando oltre un miliardo di annunci di lavoro distribuiti nei principali mercati internazionali, osserva che le imprese maggiormente esposte all’IA registrano incrementi di produttività significativamente superiori rispetto alle altre, ma emerge anche un dato meno noto: le aziende che investono maggiormente nell’intelligenza artificiale tendono, nel complesso, ad aumentare salari e organici più rapidamente, mentre cambiano con grande velocità le competenze richieste ai lavoratori.
Questo suggerisce che il problema non è semplicemente la sostituzione dell’uomo con la macchina.
È la redistribuzione dei benefici generati dalla nuova produttività.
L’Italia affronta questa trasformazione in una condizione particolare.
Da un lato il Paese vive una riduzione della popolazione attiva, un progressivo invecchiamento demografico e crescenti difficoltà nel reperire personale qualificato in molti comparti. In questa fase l’intelligenza artificiale può diventare un alleato prezioso, compensando almeno in parte la scarsità di forza lavoro.
Dall’altro lato, però, proprio questa dinamica rischia di rendere quasi invisibile il cambiamento. Molte imprese non licenzieranno i lavoratori. Semplicemente, non sostituiranno coloro che usciranno dal mercato del lavoro, affidando una parte crescente delle attività ai sistemi intelligenti.
La transizione potrebbe avvenire senza traumi immediati, ma produrre effetti strutturali nel medio periodo.
È qui che entra in gioco la politica economica.
Non possiamo limitarci a discutere di innovazione tecnologica e dobbiamo iniziare a interrogarci sulla fiscalità del capitale digitale, sulla sostenibilità del sistema previdenziale, sulla formazione continua e sulle nuove forme di partecipazione dei lavoratori ai guadagni di produttività.
Anche il sindacato è chiamato a una trasformazione.

Per oltre un secolo la sua missione principale è stata quella di riequilibrare il rapporto tra capitale e lavoro all’interno della fabbrica mentre oggi la sfida si sposta.
Occorre contrattare anche gli effetti degli algoritmi, garantire trasparenza nelle decisioni automatizzate, tutelare la professionalità delle persone e partecipare alla definizione delle regole che governeranno il lavoro digitale.
Difendere il lavoro, nel XXI secolo, significa anche governare la tecnologia.
In questa prospettiva appare sorprendentemente attuale il messaggio della Dottrina sociale della Chiesa.
Nel 1891 la Rerum Novarum di Leone XIII non condannò il progresso industriale, ma affermò un principio destinato a segnare la riflessione sociale dei decenni successivi: l’economia deve restare al servizio della persona.
Centotrentacinque anni dopo, la Magnifica Humanitas di Leone XIV ripropone lo stesso interrogativo nell’epoca dell’intelligenza artificiale. La questione non è se gli algoritmi ci renderanno più efficienti. La vera domanda è se renderanno più umana la nostra convivenza civile. L’enciclica richiama il rischio che il potere tecnologico e informativo si concentri nelle mani di pochi e invita a trasformare l’interdipendenza digitale in una solidarietà scelta e orientata al bene comune.
Questa riflessione non appartiene soltanto ai credenti.
È una questione economica.

Perché ogni sistema produttivo viene giudicato non solo dalla ricchezza che genera, ma dal modo in cui quella ricchezza viene distribuita.
La storia insegna che ogni rivoluzione industriale ha richiesto nuove regole, nuove istituzioni e una nuova idea di giustizia sociale.
L’intelligenza artificiale non farà eccezione.
Il rischio non è che le macchine diventino intelligenti, quanto che una società sempre più efficiente dimentichi che il lavoro non è soltanto una variabile economica. È il principale strumento attraverso cui milioni di persone costruiscono identità, relazioni, responsabilità e partecipazione alla vita collettiva.
Per questo il vero dibattito sull’intelligenza artificiale non riguarda il futuro delle macchine, bensì il futuro dell’uomo.
Forse la domanda più urgente non è quanta ricchezza produrrà l’IA, ma se saremo capaci di costruire un nuovo contratto sociale, che trasformi quella ricchezza in benessere condiviso, evitando che il progresso tecnologico diventi il più potente fattore di disuguaglianza della nostra epoca.

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Giornalista pubblicista dal 2016, sociologo e docente nella scuola secondaria di II grado, svolge da anni attività di formazione e divulgazione nell’ambito delle scienze umane. Attualmente è segretario generale del sindacato FISI, ruolo attraverso il quale promuove iniziative e interventi sui temi del lavoro, dei diritti sociali e della partecipazione democratica.

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