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Perché l’arrivo di un figlio spinge sempre le donne fuori dal mercato del lavoro

L'ultimo rapporto "Le equilibriste" di Save the Children non fa registrare alcuna inversione di tendenza

La festa della mamma appena trascorso non ha cambiato, purtroppo, le carte in tavola. Il mercato del lavoro italiano rimane sempre difficile per una donna che ha un figlio: diventare madri nel nostro Paese significa, almeno per un caso su tre, vedere il proprio reddito ridursi stabilmente di un terzo. E questo accade indipendentemente dal titolo di studio, dalla regione o dal settore.

A sottolinearlo è stata l’ultima edizione di “Le Equilibriste”, il dossier annuale di Save the Children.

Tra chi non ha figli, il divario occupazionale tra uomini e donne è ancora contenuto: 78,1% contro 68,7%.

Ma con l’arrivo del primo bambino, l’occupazione maschile schizza al 92,8%, mentre quella femminile crolla al 63,2%. È il cosiddetto “child penalty”. E vale il 33% di perdita di reddito complessivo nell’arco della vita lavorativa.

Il rapporto sottolinea che “la cura dei figli resta una responsabilità quasi esclusivamente femminile, una costruzione sociale che penalizza il talento delle donne e ne mina l’indipendenza economica”.

A questo punto, scatta anche la trappola del part-time involontario: tra le madri occupate, il 32,6% lavora a orario ridotto. Di queste, l’11,7% lo fa contro la propria volontà, perché non trova un impiego a tempo pieno. Il tutto, mentre tra i padri, la percentuale di part-time è irrisoria: 3,5%.

In soldoni, cosa comporta questa situazione? Nel settore privato la penalizzazione economica è immediata. Già nell’anno della nascita del figlio, le madri subiscono un taglio del 14% della retribuzione. Negli anni seguenti il divario sale al 30%. Nel pubblico impiego, invece, il calo si ferma al 5%, ma solo una minoranza di donne vi ha accesso.

La fascia d’età più colpita è quella tra 20 e 29 anni. Qui il 59,8% delle madri risultano inattive, mentre tra i padri coetanei, la quota di inattivi è del 6,2%.

Il 60,9% delle madri under 30 rientra nella categoria dei Neet. E rappresentano il 94,6% di tutti i genitori Neet censiti in Italia. Praticamente, se un giovane genitore è fuori dal circuito formativo e occupazionale, nella stragrande maggioranza dei casi è una madre.

Le conseguenze sulla salute mentale sono pesanti: il 69% delle madri tra 18 e 24 anni riferisce sintomi di ansia, burnout o depressione post-partum. Eppure l’81,8% dei giovani dichiara di volere un figlio. Il freno, spiega il dossier, non è culturale ma materiale. Quasi una donna su quattro tra 25 e 34 anni ammette di non avere “condizioni lavorative adeguate” per procreare. Tra il 2022 e il 2024, il tasso di dimissioni volontarie delle madri con figli tra 0 e 3 anni è passato da 4,77 a 6,78 ogni 1.000 occupate. Un aumento del 42% in due soli anni.

Il Mothers’ Index 2026 classifica, poi, le regioni italiane. Al primo posto l’Emilia-Romagna, ultima la Sicilia. Al Sud l’occupazione delle madri con figli piccoli si ferma al 43,7%, mentre al Nord tocca il 65,7%. La differenza di servizio è brutale: la Provincia Autonoma di Trento spende 3.314 euro all’anno per ogni bambino sotto i due anni, la Calabria 234 euro.

Save The Children, allora, chiede tre cose per fronteggiare questo fenomeno.

Primo: congedi parentali paritari, individuali e non trasferibili, adeguatamente retribuiti per coinvolgere i padri.

Secondo: gratuità dei nidi per le famiglie con Isee sotto i 26.000 euro entro il 2030.

Terzo: garantire in ogni comune il Livello Essenziale delle Prestazioni (Lep) che fissa al 33% la copertura dei posti nido, entro il 2027.

 

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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