Indovinate chi sta pagando il prezzo della guerra in Medio Oriente? Sì, proprio voi, tutti noi, i consumatori. Basta osservare di quanto è aumentato il costo dei carburanti da quando l’Iran ha bloccato lo stretto di Hormuz, attraverso il quale transita il 20% del petrolio mondiale. Ma se il costo dei carburanti cresce così velocemente è anche a causa di un “trucco” al quale le compagnie petrolifere ricorrono per guadagnare di più nei momenti di crisi. Si tratta della vendita, a prezzi più alti, di carburanti acquistati in precedenza e a cifre più basse.
Ma come funziona questa pratica speculativa contro la quale il governo Meloni ha promesso di intervenire? Gli americani parlano di “rockets and feathers”, cioè “razzi” e “piume”, per dire che in alcuni momenti i prezzi di un prodotto aumentano alla velocità dei razzi e diminuiscono a quella delle piume. Proprio da questo scarto tra aumenti immediati e riduzioni graduali di prezzo, le aziende riescono a ricavare notevoli margini economici.
Negli ultimi giorni il prezzo del carburante, in particolare del gasolio, è aumentato notevolmente. Questo perché le compagnie petrolifere fissano il prezzo pensando a quanto costerà rifornire i serbatoi in futuro, non a quanto il carburante in deposito è costato loro in precedenza. Se oggi il prezzo del petrolio sale, il gestore sa che il prossimo rifornimento gli costerà di più, quindi adegua subito il listino per far sì che il prezzo rifletta il valore corrente della merce.
Ovviamente, vendendo a prezzi nuovi e più alti il carburante acquistato in precedenza a cifre più basse, le compagnie realizzano un margine di guadagno. E, applicando il prezzo corrente, scaricano il problema del maggior costo del petrolio sul consumatore. Pagando un prezzo più alto per il carburante, è proprio il consumatore, di fatto, ad anticipare i soldi che le compagnie dovranno spendere per rifornirsi nuovamente di petrolio.
Non meraviglia, dunque, il fatto che il prezzo del carburante sia aumentato così velocemente e in così poco tempo. Secondo il Codacons, il gasolio alla pompa costa quasi il 17% in più rispetto alla fine di febbraio. Il che si traduce in un maggiore esborso di 348 euro l’anno per automobile, ipotizzando due pieni al mese. Ancora, la benzina è aumentata di poco meno dell’8%, per un maggiore esborso di 156 euro su base annua. E i listini più elevati si registrano in Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Sicilia e Calabria.
Ecco perché il governo Meloni minaccia di colpire gli speculatori e valuta due strumenti per contenere i rincari. Il primo è quello delle accise mobili. Come funziona? In caso di crescita del prezzo del petrolio (e, a cascata, del carburante) stabile e sopra una certa percentuale, cresce anche la base su cui si calcola l’Iva che finisce nelle casse pubbliche. Lo Stato può rinunciare a quell’imposta aggiuntiva, non contabilizzata nelle previsioni di bilancio statale, e utilizzarla per ridurre l’accisa. Per attivare un simile strumento, però, servono un decreto del Mef d’intesa col Mase e, soprattutto, coperture economiche che al momento sembrano mancare.
Il secondo strumento valutato dal governo Meloni è la tassazione degli extraprofitti realizzati dalle compagnie petrolifere, “accusate” proprio di aver aumentato i listini vendendo prodotti che avevano nei depositi da mesi. Ovviamente questa ipotesi provoca l’immediata levata di scudi dell’Unem, l’associazione che raggruppa le imprese del settore petrolifero: la tassazione degli extraprofitti scoraggerebbe gli investimenti in un settore che invece ne ha bisogno per alimentare la transizione energetica e rinnovare il sistema di produzione e distribuzione. Nel frattempo, però, a subire la stangata sono i consumatori con i loro modesti salari.

