5 visualizzazioni 5 min 0 Commenti

All’estero 650 euro netti al mese in più in busta paga: nessuno si meravigli se i giovani meridionali emigrano

Dossier di Svimez e Save the children: nel Mezzogiorno stipendi più bassi rispetto alla media nazionale per i neolaureati. La fuga di cervelli costa al Paese quasi 7 miliardi l'anno

Sulla fuga di giovani meridionali all’estero si può fare qualsiasi ragionamento. Si possono snocciolare numeri, criticare le politiche avviate dai governi, ipotizzare strategie per far desistere gli under 35 dal proposito di migrare. Ma qualsiasi riflessione rischia di rivelarsi fallace se non parte dal dato evidenziato in “Un Paese, due migrazioni”, l’ultimo dossier di Svimez e Save the children. I neolaureati che lavorano all’estero guadagnano fino a 650 euro netti al mese in più rispetto a chi resta in Italia. Vuol dire che, se non si accrescono le opportunità di inserimento nel mondo del lavoro e il livello degli stipendi, “l’emorragia di giovani” non si arresta, con tutte le conseguenze che ciò può comportare.
E allora partiamo da qui. A tre anni dal conseguimento del titolo, i laureati italiani che lavorano all’estero guadagnano tra 613 e 650 euro netti al mese in più rispetto a chi resta nel territorio di origine. Anche quest’ultimo aspetto, ovviamente, fa la differenza. Già, perché in Italia la retribuzione media mensile per i laureati a tre anni dal conseguimento del titolo è di appena 1.654 euro netti. Ed è ancora più bassa per le donne, che percepiscono mediamente 1.562 euro netti al mese a fronte dei 1.779 degli uomini.
Nel Mezzogiorno e nel Centro gli stipendi sono al di sotto della media nazionale, attestandosi rispettivamente a 1.579 e 1.620 euro netti al mese. E anche in questo caso le donne percepiscono una retribuzione inferiore, pari rispettivamente a 1.487 e 1.538 euro. In Sicilia e Calabria gli stipendi medi non arrivano nemmeno a 1.600 euro. Il discorso cambia se ci si sposta verso il Nord e, in particolare, verso il Nord-Ovest, dove un laureato a tre anni dal conseguimento del titolo può guadagnare anche 1.862 euro netti al mese. In Piemonte, per esempio, si incassano circa 1.793 ero netti al mese.
Se si combinano questi dati, la domanda sorge spontanea: perché mai un neo-laureato meridionale, soprattutto una donna, dovrebbe restare nella regione di origine? Molto meglio trasferirsi al Nord se non proprio all’estero, dove trovare lavoro è più facile e gli stipendi sono più gratificanti. Così si spiegano i numeri della fuga di cervelli fotografata da Svimez e Save the children. Tra il 2002 e il 2024, quasi 350mila laureati under 35 hanno trasferito la residenza dal Sud al Centro-Nord, il che si è tradotto in una perdita secca di 270mila giovani qualificati per le regioni meridionali. Nello stesso arco di tempo, circa 63mila under 35 si sono diretti all’estero, con il Sud che ha perso altri 45mila giovani qualificati.
Non è un esodo “neutro”, ovviamente. Si tratta di una esportazione di competenze, spesso e volentieri femminili, che comincia persino prima della laurea. Nell’anno accademico 2024/2025 quasi 70mila studenti meridionali su circa 521mila complessivi risultavano iscritti in un ateneo del Centro-Nord: oltre il 13%, con picchi del 21 nelle discipline Stem e in regioni come Campania e Sicilia che da sole generano quasi metà del flusso in uscita. Ma il punto di snodo si presenta dopo la laurea. La mobilità universitaria, infatti, diventa mobilità professionale perché il sistema resta gerarchizzato. Vuol dire che chi si laurea al Centro-Nord tende a restarci. E che chi si laurea al Sud, invece, va a lavorare al Centro-Nord nel giro di tre anni in almeno il 30% dei casi.
Questa esportazione di competenze ha un costo altissimo. Svimez stima il 6,8 miliardi l’anno il costo legato alla mobilità dei giovani laureati dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord: è l’investimento pubblico in istruzione “disperso” e trasferito, di fatto, dove i laureati vanno a produrre reddito e tasse. Di qui la necessità di nuove politiche per il “diritto di restare”. In questa prospettiva Luca Bianchi, direttore di Svimez, ipotizza un Graduate Staying Premium, basato su una detassazione parziale dei redditi da lavoro dei giovani neoassunti nei primi cinque anni nelle regioni “in trappola dei talenti”: una misura che potrebbe ridurre il gap rispetto alle aree più forti e rendere più praticabile la scelta di non partire.

Avatar photo
Collaboratrice - Articoli pubblicati: 4

Giornalista professionista, si occupa delle intersezioni tra mercato del lavoro, dinamiche economiche e trasformazioni sociali. Con un approccio analitico ma sempre attento al lato umano, esplora come le grandi decisioni finanziarie ricadano sulla quotidianità dei cittadini e sulla cultura contemporanea

Scrivi un commento all'articolo