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È tempo di scindere la rappresentatività dai servizi

La centralità non sono i servizi, ma il lavoro e ciò che si fa e si dice per i lavoratori

È arrivato il momento di dirlo con chiarezza, senza ipocrisie né scorciatoie: la rappresentatività sindacale non può più essere confusa con il numero di tessere fatte per accedere ai servizi.

Oggi i numeri dell’iscrizione sindacale raccontano una storia ambigua. Da un lato ci sono lavoratrici e lavoratori che si iscrivono perché condividono una linea, una visione, una politica sindacale, perché si riconoscono nelle battaglie, nelle scelte e nelle posizioni assunte.
Dall’altro lato c’è un mondo vastissimo di iscritti che non scelgono un sindacato, ma un servizio: CAF, patronato, assistenza fiscale, pratiche previdenziali.

Servizi utili, legittimi, spesso indispensabili. Ma che con il mandato sindacale, con la rappresentanza, con la politica del lavoro, c’entrano poco o nulla. Continuare a sommare questi due piani significa falsare la realtà.

La rappresentanza non è un catalogo di servizi

I servizi sono ormai standardizzati, regolati, spesso uguali ovunque. Non è lì che si misura la differenza tra un sindacato e un altro.
La vera differenza sta altrove: in cosa dice un sindacato, in cosa fa per i lavoratori, nelle politiche che porta avanti, nelle scelte che compie quando c’è da esporsi, nella capacità di stare nei conflitti, non solo negli sportelli.

Se la rappresentatività continua a essere costruita sui numeri indistinti delle tessere “da servizio”, il rischio è chiaro: il sindacato smette di essere soggetto politico e diventa un erogatore di prestazioni.

Iscrizione politica e iscrizione per servizi: due piani diversi

È tempo di scindere: chi si iscrive perché condivide una linea sindacale, da chi si iscrive perché ha bisogno di un servizio. Entrambe le scelte sono legittime, ma non possono pesare allo stesso modo quando si parla di: rappresentatività, legittimazione, forza contrattuale,
ruolo nei tavoli sociali.

Dare valore a ciò che si fa e a ciò che si sostiene è un atto di trasparenza, non di esclusione.

Anche i numeri dei pensionati vanno letti in modo diverso. Lo stesso vale per i pensionati. Hanno esigenze specifiche, diritti sacrosanti, bisogni quotidiani diversi da quelli di chi lavora oggi. Continuare a sommare tutto in un unico calderone produce confusione, non forza. Serve invece compartimentare, distinguere, riconoscere identità ed esigenze diverse: lavoratori attivi, pensionati, iscritti per adesione politica, iscritti per servizi.

Solo così il sindacato torna a essere credibile, leggibile, responsabile. Ridare centralità alla politica sindacale

Se vogliamo ridare dignità al ruolo sindacale, dobbiamo avere il coraggio di dire che: la centralità non sono i servizi,
la centralità è il lavoro, la centralità è ciò che un sindacato fa e dice per i lavoratori. Il resto è supporto, non identità.
È tempo di fare questa scelta. Non per dividere, ma per dare valore vero a ciò che il sindacato dovrebbe essere:
rappresentanza, conflitto, proposta, visione.

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Autore - Articoli pubblicati: 213

Segretario Generale Confederazione SELP

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