L’aumento dell’età pensionabile previsto dalla legge di bilancio per il 2026 era inevitabile. Ma il governo Meloni ha commesso un errore a spalmare su 2027 e 2028 perché questa scelta, finalizzata a evitare qualche mese di lavoro in più agli italiani, graverà sulle casse dello Stato per 1,5 miliardi. Ne è convinto Giuliano Cazzola, in passato deputato e sindacalista, tra i relatori di quella riforma Fornero che ancora oggi difende, tra i massimi esperti italiani di pensioni.
La legge di bilancio per il 2026 stabilisce un aumento dell’età pensionabile di un mese nel 2027 e di due mesi nel 2028: un aumento giusto, ingiusto, inevitabile o altro?
«Inevitabile, ma poteva essere fatto diversamente. Mi spiego: per garantire l’equità e la sostenibilità del sistema non basta fare riferimento soltanto a quanto tempo si è lavorato, ma anche a quanto tempo si percepisce la pensione poiché con il finanziamento a ripartizione (le pensioni in essere vengono pagate da coloro che sono attivi in quel momento) il relativo onere è a carico delle future generazioni. E noi ci troviamo in un passaggio storico che vede generazioni numerose e precoci nell’attività lavorativa presentarsi all’appuntamento da anziani/giovani con un prospettiva davanti a sé di molti anni (grazie all’invecchiamento) a carico di coorti in età di lavoro falcidiate dalla denatalità, dall’accesso tardivo nel mercato del lavoro e dalla precarietà dei rapporti. Succede allora che Ocse, Istat, Upb, Rgs, Banca d’Italia, nonché i migliori demografi, richiamino pressantemente l’esigenza di allungare la vita attiva. Prendiamo per tutti l’ultimo rapporto Ocse dove l’indicazione di prolungare la durata della vita lavorativa è ritenuta una misura necessaria non solo a “sbloccare risorse di manodopera”, che si sono rarefatte, ma soprattutto ad alleggerire l’onere delle pensioni che grava sulle generazioni più giovani, che devono affrontare le sfide economiche dell’invecchiamento demografico mentre, appunto, sperimentano un rallentamento nella crescita del proprio reddito. Per prolungare in modo equo l’attività lavorativa, il sistema Italia si è dato un meccanismo che potremmo definire scientifico: l’adeguamento automatico dei requisiti del pensionamento all’incremento dell’attesa di vita».
Ce lo spiega?
«L’indicizzazione automatica all’aumento della speranza di vita fu introdotta nel 2010, con la riforma Sacconi, ed estesa l’anno successivo al requisito di anzianità contributiva per il pensionamento anticipato, con la riforma Fornero. L’aggiornamento dovrebbe avvenire di norma ogni due anni. Vi sono stati aggiornamenti negli anni 2013, 2016 e 2019, che hanno inasprito i requisiti, rispettivamente di tre, quattro e cinque mesi. Senza che nessuno fiatasse. Poi il governo gialloverde, nell’ambito dell’operazione quota 100 e dintorni, ha bloccato il meccanismo ai livelli a cui era arrivato ovvero 67 anni per la vecchiaia e 42 anni e 10 mesi (un anno in meno per le donne) nel caso del trattamento anticipato a prescindere dall’età. Il blocco è cessato alla fine del 2024 riattivando il meccanismo di adeguamento che tuttavia, nel 2025-2026, non è scattato in conseguenza degli effetti della pandemia. Nel successivo biennio 2027-2028 le previsioni demografiche indicavano un incremento di tre mesi, che il governo ha “rateizzato” per motivi di mediazione interna. Sbagliando perché per evitare qualche mese di lavoro in più a qualche migliaia di lavoratori vi sarà nel biennio un aumento complessivo di spesa di 1,5 miliardi».
L’aumento dell’età pensionabile, secondo la Cgil, penalizza chi ha i redditi più bassi e costringerà queste persone a lavorare di più: non si poteva trovare una soluzione alternativa?
«È un ragionamento irresponsabile. con il Calcolo contributivo che sta andando a regime e che nel 1995 fu voluto proprio dalla Cgil, lavorare più a lungo è la principale garanzia di una maggiore adeguatezza delle pensioni. Il montante contributivo accreditato viene moltiplicato per un coefficiente di trasformazione inversamente proporzionale all’età di decorrenza della pensione. È una condizione di equilibrio del sistema. Ma lo sa qual è oggi l’età media alla decorrenza della pensione anticipata, erogata per il 66% agli uomini? Poco più di 61 anni. E queste generazioni finiscono per riscuotere la pensione per un periodo pari all’80% di quello in cui hanno lavorato. Le sembra una situazione sostenibile? Poi nel caso di lavori disagiati o usuranti, come in quelli di particolari difficoltà personale e familiari, sono previsti degli sconti».
Addio a Opzione donna e Quota 103: che ne pensa?
«Abolire opzione donna è stato un eccesso di zelo, anche se l’accesso era stato reso più difficile. Quota 103, invece, era una via d’uscita tanto sconveniente da essere rimasta sulla carta e può essere sostituita adeguatamente dall’ape sociale».
Nonostante gli annunci, dunque, la legge Fornero viene confermata: è una scelta responsabile? E come commenta la “santa alleanza” tra M5s, Avs, parte del Pd e Lega che vorrebbero l’abbandono della legge Fornero?
«Io sono stato relatore alla Camera di quella riforma e l’ho sempre difesa. Su quella normativa sono state raccontate un sacco di bugie, tanto che basterebbe un’attenzione ai dati per smentirle. Come le dicevo prima, in Italia soprattutto le generazioni del baby boom vanno in pensione a un’età media di 61 anni. E nello stock le pensioni anticipate sono ben due milioni in più di quelle di vecchiaia. Quanto alla coalizione rossobruna, posso dire solo che Dio li fa e poi gli accompagna, ma che continueranno a predicare nel deserto. Negli ultimi dieci anni, la media europea del tempo dedicato all’attività lavorativa è passata da 34,9 a 37,2 anni, con un aumento di 2,3 anni. L’Italia segue questa tendenza, ma da una posizione di partenza più debole: con 32,8 anni nel 2024, al penultimo posto nell’Unione e prima della Romania».
Intanto gli importi aumentano per effetto della perequazione che il governo Meloni ha fissato al +1,4%: è sufficiente?
«Se corrisponde all’inflazione, non vedo problemi. Il problema della rivalutazione si pone per i trattamenti medio- alti che vengono ripetutamente penalizzati in vari modi da 25 anni, senza che nessuno dica alcunché, sebbene siano tra i contribuenti che pagano le tasse. Ma in Italia non c’è nulla che solleciti l’invidia sociale più di una discreta pensione. Nessuno si sforza di fare 2+2 e capire che coloro che percepiscono una pensione bassa sono stati in larga parte evasori».
La legge di bilancio interviene anche sulla previdenza complementare: secondo lei è uno strumento utile?
«Certamente. Il fatto è che è uno strumento pensato per i giovani e che è praticamente una prerogativa dei lavoratori maturi, stabili e sindacalizzati. Vedremo gli effetti delle nuove regole a partire dal silenzio assenso nella destinazione del Tfr. Vede c’è un problema di base economica che non consente uno sviluppo adeguato della previdenza privata. La previdenza obbligatoria pesa sul costo del lavoro per il 33% (contro una media del 18% dell’Ocse). Si usa il Tfr per avere una buona base di finanziamento (circa il 7%) a parità di costi, oltre al contributo del datore. Ma chi non ce l’ha, perché non è un lavoratore dipendente ma ha un rapporto di lavoro precario o saltuario, deve provvedere di tasca sua. E non tutti sono disposti a privarsi di quote di un reddito povero oggi per pensare al domami. La previdenza complementare non fa miracoli: restituisce con qualche incremento ciò che si è versato».

