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I cambiamenti dell’Intelligenza artificiale, le cinque variabili per calcolare il suo impatto

Uno studio del Brookings Institution stima che siano 37 milioni i lavoratori statunitensi esposti all’AI. Ma anche in Italia la situazione è già in mutamento

L’Intelligenza artificiale sta ridefinendo il mercato del lavoro globale e italiano, con rischi di automazione per milioni di posti ma anche nuove opportunità per profili qualificati. Ci troviamo di fronte a un mix di pericoli e aumenti di produttività.

Negli Usa, intanto, uno studio del Brookings Institution stima che siano 37 milioni i lavoratori statunitensi esposti all’AI, ma con esiti diversi. Per loro, infatti, sono da prendere in considerazione cinque variabili: età, risparmi, competenze, territorio e mercato locale. Questi ultimi aiutano a capire chi può reggere la transizione e chi rischia di più.

In Italia, e nel Lazio in modo particolare, il 29,3% dei lavoratori rischia la sostituzione da IA, mentre il 30,6% vedrà aumenti della produttività; i laureati sono più esposti, con il 37,1% a rischio.

Entro il 2033, si calcola che l’IA impatterà su 3,8 milioni di posti, coprendo parzialmente un gap demografico di 5,6 milioni di lavoratori. Il 77% delle imprese prevede tagli a entry-level per i giovani, con il 51% che investe in IA per automatizzare routine nel 2026.

Nel 2025, l’IA ha già causato 55.000 tagli, 69.840 nel tech (28,5% del totale), guidati da Amazon (14.000) e TCS (12.000).

Il 37% delle aziende pianifica ancora sostituzioni entro il 2026, colpendo soprattutto le posizioni amministrative junior e gli under-30 (+3 punti dal 2025). Le lavoratrici in finanza e tech, infine, risultano le più vulnerabili.

Sta di fatto che non si registrano solo perdite: l’IA crea domanda per ingegneri AI, data scientist e profili green/STEM, con una richiesta di 20.000 ingegneri annui in Italia.

Nel frattempo, il 61% dei lavoratori nota già cambiamenti positivi nel modo di lavorare, e il 46% delle imprese prevede più efficienza da automazione. Cresce poi il “job hugging”: il fenomeno che vede le persone non abbandonare il lavoro che fanno.

Per il 2026, il 58% delle aziende prevede ulteriori cambiamenti, ma con i salari che dovrebbero aumentare.

In Italia, c’è chi vorrebbe mitigare gli impatti mettendo mano a una legislazione che dovrebbe garantire la sicurezza. Per ora, le stime dicono che l’occupazione a livello mondiale dovrebbe calare lievemente (dello 0,2%), a svantaggio soprattutto di giovani e donne. Per questo si pensa che la transizione debba richiedere politiche adatte per bilanciare innovazione e inclusione.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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