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Como da leggenda, Inter da Inter. Roma beffata ancora, a Napoli è deriva totale- Champions League, 4ª giornata.

A Lens il Como firma la vittoria in trasferta più larga nella storia della Champions. A Rotterdam l'Inter ritrova sé stessa. Roma e Napoli crollano nella ripresa: rimontata a Old Trafford, travolta a Porto.

Quattro trasferte, due Italie

Da una parte Como e Inter: dodici gol fatti, uno solo subito. Dall’altra Roma e Napoli: tre segnati, sette incassati e due secondi tempi da incubo.

La quarta giornata non concede mezze misure. Il Como entra negli almanacchi, l’Inter ritrova sé stessa dopo il derby perso. La Roma si fa rimontare per la seconda volta in venti giorni, il Napoli scivola in una deriva che parte da lontano.

Como, la notte che entra nei libri

Nove gol in casa del Lens. Non è un refuso: è la vittoria in trasferta più larga nella storia della Champions League. Con otto reti di scarto il Como eguaglia il margine record di Liverpool-Beşiktaş 8-0 (2007) e Real Madrid-Malmö 8-0 (2015); con nove gol segnati aggancia il 9-2 del Bayern alla Dinamo Zagabria del 2024.

Ma il dato che racconta davvero questa squadra è la fame. All’intervallo è già 3-0, con la doppietta di Douvikas e il gol di Nico Paz. Poco prima dell’ora di gioco è 6-0, e chiunque avrebbe tirato il freno a mano. Il Como no: i tre entrati nella ripresa, Liberali, Baturina e il diciottenne Papaccioli, vanno tutti a segno.

Douvikas chiude con una tripletta, segna per la quarta partita europea su quattro e si prende la vetta della classifica marcatori. Nico Paz, migliore in campo, firma un gol e due assist; Liberali lo imita. Sette marcatori diversi, sei reti nella sola ripresa.

Non è un exploit isolato. Due settimane fa la stessa squadra aveva travolto il Manchester United 4-1 al Sinigaglia. Ora i gol sono 19 in quattro partite, i punti 9, e davanti in classifica ci sono soltanto PSG, Real Madrid e Arsenal.

È il frutto di un progetto, non di una notte. Promosso in Serie A nel 2024 dopo 21 anni, quarto nell’ultimo campionato, al debutto assoluto in Champions: Fàbregas e la società hanno costruito una squadra che gioca con coraggio, qualità e una ferocia rara. A metà strada, gli ottavi diretti non sono più un sogno proibito.

Inter, la risposta che serviva

Dopo il derby perso, a Rotterdam serviva una risposta. È arrivata subito, e con la firma più inattesa: all’8′ Bisseck riceve da Spence al limite, si gira e disegna un sinistro a giro nell’angolino. È il suo primo gol in carriera in Champions League.

Al 34′ c’è ancora lo zampino di Spence: il suo tiro viene deviato, Pio Esposito svetta in area piccola e insacca di testa. Per il centravanti classe 2005 è il terzo gol in Champions, e nella storia dell’Inter solo Obafemi Martins ci era arrivato prima dei 22 anni. Al 54′ Zielinski, servito da Barella, chiude i conti con un sinistro dal limite: palo e gol.

Il resto è un’Inter da Inter. Josep Martínez non viene mai impegnato davvero, a Esposito viene annullato per fuorigioco anche un secondo gol, e tutto questo senza Lautaro, fermo come Stones, Jones e Pavard.

Chivu l’ha riassunta così: «Oggi siamo stati la nostra miglior versione». E ha rivendicato soprattutto la fame e la cattiveria del gruppo, perfino nei momenti da difendere a blocco basso. Dopo le due sconfitte iniziali arrivano due vittorie di fila e 6 punti: l’Inter si è ritrovata.

Roma, il vizio di farsi rimontare

Per mezz’ora, a Old Trafford, si è vista una Roma bellissima. Soulé apre all’11’, Malen raddoppia su rigore prima del ventesimo e Soulé sfiora perfino il tris prima dell’intervallo. Sembrava la notte della svolta europea.

Poi la ripresa. Lo United alza il pressing, la Roma si abbassa e smette di uscire. Al 55′ arriva il rigore per un contatto di Mancini su Cunha: Vasquez para la prima esecuzione di Bruno Fernandes, ma si ripete per l’ingresso anticipato di Cristante in area e al 58′ è 1-2.

È un rigore che Gasperini non ha digerito: «Questi rigorini si sperava non ci fossero più». Un episodio che, secondo il tecnico, ha dato allo United «grande slancio».

Da lì è un assedio. Mbeumo colpisce due pali al 60′, poi Cunha ribalta tutto tra l’83’ e l’86’: prima sfrutta uno scivolone di Balerdi, poi brucia Ndicka su imbucata di Lacey. Inutile, nel finale, la sua espulsione; pesa invece l’infortunio di Rensch, costretto a uscire.

Il punto è tattico. Questa Roma è costruita per aggredire: in avvio di stagione era la squadra con il baricentro medio più alto della Serie A, con pressione uomo su uomo fin nella trequarti avversaria. Quando viene schiacciata nella propria metà campo perde il suo codice, e lo stesso Gasperini lo ha ammesso: «Non riuscivamo più a tenere i loro riferimenti».

Soffrire non è nel suo DNA: lo stesso tecnico ha riconosciuto che sarebbe servito spezzare di più il ritmo della partita. È la differenza con l’Inter vista a Rotterdam, capace di difendere anche a blocco basso.

Il precedente brucia ancora. Venti giorni fa, all’Olimpico, la Roma conduceva 3-1 sul Real Madrid all’82’ e ha perso 4-3; lo stesso Gasperini ha accostato le due serate, parlando di un crollo arrivato in entrambe dopo il pareggio. Due doppi vantaggi, zero punti: la Roma è ferma a 4 dopo quattro giornate.

Napoli, la deriva annunciata

A Porto il Napoli di Allegri regge un tempo, poi si consegna. All’intervallo è 1-1, con Bednarek all’11’ e McTominay al 43′. Nella ripresa il Porto prende due traverse e poi segna tre volte: Gabri Veiga al 71′, Kiwior all’80’, Samu su rigore nel finale, con Rafa Marín espulso.

Il dettaglio che fa più male arriva dai calci d’angolo. Bednarek, lasciato completamente solo a saltare, apre di testa su corner di Gabri Veiga; Kiwior chiude il discorso allo stesso modo, svettando su un angolo di Hwang In-beom. In mezzo, una traversa colpita di testa ancora da Bednarek.

Undici gol subiti in quattro partite di Champions raccontano il resto. Le assenze sono pesanti: dieci indisponibili, appena tredici giocatori di movimento, nessun terzino di ruolo e Vergara adattato a tutta fascia. Ma gli infortuni sono il sintomo, non la causa.

La scorsa stagione era già stata complicata dai numerosi infortuni: il segnale c’era, e non è stato ascoltato. Nella gara precedente di Champions il Napoli aveva schierato l’undici più anziano della sua storia nella competizione: 30 anni e 126 giorni di media. Nessuna squadra, nelle prime tre giornate, ne aveva messo in campo uno più vecchio.

Prima del match lo stesso ds Manna ha ammesso che «l’unico ruolo dove non siamo scoperti è il centravanti». Dall’estate a oggi la gestione è stata miope, per non dire scellerata: la direzione sportiva, in primis, ha scommesso sulla tenuta fisica e tecnica di un gruppo logoro, con un ottimismo che i fatti hanno smentito.

Il conto è salato: terza sconfitta in quattro partite europee, seconda di fila dopo quella di Torino con la Juventus, otto trasferte di Champions consecutive senza vittorie. Con 3 punti, oggi il Napoli è fuori dalla zona playoff.

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Domenico Tovino è laureato in Giurisprudenza e praticante avvocato. Collabora con Il Mondo del Lavoro occupandosi di diritto del lavoro, attualità giuridica, impresa e relazioni industriali. Segue anche l’informazione sportiva, con particolare attenzione al calcio nazionale e internazionale.

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