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La Lega che ancora non esiste

Oltre Salvini e oltre il ritorno al Nord: la vera sfida è trasformare il Carroccio nel primo grande partito federale italiano, mettendo finalmente i territori al centro

La Lega è arrivata a un passaggio che va molto oltre il futuro politico di Matteo Salvini. Continuare a leggere quello che sta accadendo soltanto attraverso la domanda “Salvini resterà o non resterà segretario?” rischia infatti di far perdere di vista la questione più importante: non chi guiderà la Lega domani, ma quale Lega dovrà essere guidata. Il ridimensionamento elettorale, le tensioni interne, la concorrenza crescente alla sua destra e soprattutto la richiesta di maggiore centralità che torna dai territori raccontano la fine, o quantomeno l’esaurimento, di una fase politica. Ma ogni crisi può essere anche un’occasione. E forse per la Lega questa è l’occasione di compiere finalmente il passaggio che la sua stessa storia suggerisce: non tornare alla Lega Nord e neppure insistere semplicemente sulla Lega nazionale, ma diventare il primo vero grande partito federale italiano.

La contraddizione da superare è evidente. Non si può chiedere allo Stato di essere meno centralista se poi i partiti continuano a funzionare secondo una logica prevalentemente verticale. Non si può rivendicare autonomia per Regioni e territori e contemporaneamente pensare che la linea politica debba essere costruita sempre dal centro verso la periferia. Perché spostare il luogo nel quale si concentra il potere non significa superare il centralismo: significa soltanto trasferirlo. Se la Lega vuole tornare ad essere innovativa dovrebbe allora avere il coraggio di applicare prima di tutto a se stessa ciò che da trent’anni propone al Paese. Il federalismo dovrebbe cominciare dai partiti.

La Lega possiede già il patrimonio necessario per farlo: governatori, sindaci, amministratori, militanti, comunità territoriali e una cultura autonomista che, nonostante tutte le trasformazioni degli ultimi anni, continua ad essere probabilmente la parte più originale della sua identità. Questo patrimonio non deve essere riportato indietro nel recinto di una nuova contrapposizione Nord-Sud, ma federato dentro un modello nuovo. Immagino una Lega nella quale Veneto, Lombardia, Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, ma anche Sicilia, Calabria, Campania, Puglia e Sardegna possano costruire la propria proposta politica partendo dalle esigenze dei rispettivi territori, mantenendo una forte autonomia organizzativa e programmatica dentro alcuni grandi valori comuni. Non venti piccoli partiti regionali e nemmeno venti semplici sezioni di un partito nazionale: una vera federazione politica.

Il cuore di questa rivoluzione dovrebbe essere il Consiglio federale, trasformandolo sempre più in un vero Parlamento dei territori. La rappresentanza dovrebbe essere costruita attraverso criteri capaci di tenere insieme popolazione, consenso, iscritti e presenza istituzionale, ma garantendo contemporaneamente a ogni territorio una voce effettiva. La sintesi nazionale dovrebbe nascere lì, dal confronto tra le diverse esigenze dell’Italia, e non essere elaborata prima per poi essere trasferita sui territori. Perché essere federali significa anche riconoscere una cosa apparentemente banale che la politica nazionale continua spesso a dimenticare: la Lombardia non è la Sicilia, il Veneto non è la Calabria, le aree alpine non sono quelle interne del Mezzogiorno. Non dobbiamo rendere queste differenze più piccole. Dobbiamo renderle una forza.

Dentro questo modello cambierebbe persino il significato della leadership. Il Segretario federale non sarebbe il proprietario politico della linea, ma il garante della federazione, l’uomo chiamato a tenere insieme autonomie diverse e a costruirne la sintesi. Ed è proprio qui che Salvini potrebbe giocare una partita molto più importante della semplice conservazione della propria leadership: accompagnare la Lega verso una struttura capace di andare oltre Salvini. I leader passano, mentre le grandi organizzazioni politiche restano quando riescono a costruire istituzioni interne più forti delle persone che temporaneamente le guidano.

Il bivio, dunque, non è Salvini sì o Salvini no. E non è neppure Lega nazionale contro Lega Nord. È scegliere tra centralismo e federalismo. Tornare indietro significherebbe probabilmente restringere nuovamente il campo; continuare semplicemente sulla strada nazionale significherebbe competere in uno spazio politico già molto affollato. La terza strada è invece quella più difficile, ma anche quella più moderna: costruire una Lega delle Autonomie, capace di federare territori, amministratori, movimenti civici e culture locali differenti dentro una grande casa comune.

Forse è arrivato il momento di non ricostruire la Lega di ieri, ma di avere il coraggio di immaginare quella che ancora non esiste. Una Lega nella quale il Nord possa sentirsi pienamente rappresentato senza dover espellere il Sud e il Sud possa finalmente costruire una propria rappresentanza senza rinunciare a un progetto nazionale. Perché il futuro del federalismo italiano potrebbe non cominciare dalla prossima riforma dello Stato. Potrebbe cominciare dalla riforma della politica. E la Lega, proprio per la sua storia, potrebbe essere la prima ad avere il coraggio di farlo.

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Collaboratore - Articoli pubblicati: 21

Commercialista e tributarista, con una consolidata esperienza nella consulenza d’impresa e nel diritto tributario. Presidente di UIFOR – Unione Italiana Forfettari, il primo sindacato dedicato ai contribuenti in regime forfettario, affianca professionisti e imprese nella crescita e nell’innovazione, con uno sguardo particolare allo sviluppo del Mezzogiorno. Appassionato di economia, politica e cultura mediterranea, crede nella costruzione di reti e comunità come strumento di progresso. Vive tra Roma e il Sud Italia, da dove trae energia e ispirazione anche grazie alla sua famiglia e al territorio, che rappresentano la radice più autentica del suo percorso umano e professionale.

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