Diciamoci la verità: viviamo in tempi in cui il benessere lavorativo sembra aver riacquistato un’importanza importante. Welfare aziendale, supporto psicologico ai dipendenti ed equilibrio tra vita privata e professione sono conquiste importanti per rimettere la persona al centro dell’organizzazione dell’impresa e rifiutare modelli basati sul puro sfruttamento. Eppure questi traguardi rischiano di perdere valore di fronte a contratti precari, salari bassi, prospettive previdenziali negative e tutto ciò che impedisce alle persone di programmare con serenità il proprio futuro. E così il lavoro diventa motivo di ansia.
Negli ultimi anni le aziende hanno mostrato maggiore attenzione alle esigenze di dipendenti e collaboratori, sempre più interessati a raggiungere un equilibrio sostenibile tra vita privata e lavoro. Non a caso si sono diffuse forme di welfare come buoni spesa e rimborsi di spese per trasporti, istruzione e accertamenti medici. Smart working e politiche di disconnessione hanno consentito alle imprese di rimodulare gli orari di lavoro aiutando il personale a conciliare tempi di vita e professione. In alcune realtà, questa “umanizzazione del lavoro” ha portato le imprese a garantire ai dipendenti addirittura un supporto psicologico.
Però diciamoci la verità: bastano simili conquiste, per quanto preziose, a garantire la necessaria tranquillità ai lavoratori? Più brutalmente ci si potrebbe chiedere: che cosa se ne fa un lavoratore dei buoni spesa, di un’organizzazione degli orari che gli consenta di trascorrere più tempo a casa e dello psicologo che gli consigli come evitare il burnout, se quello stesso lavoratore è precario oppure deve accontentarsi di uno stipendio da fame? Si può pensare che il lavoratore sia disposto a barattare la propria stabilità con qualche benefit?
La risposta è negativa, ovviamente. E i numeri avvalorano questa tesi. Partiamo dagli stipendi: secondo l’Ocse, in Italia sono fermi agli anni Novanta. Peccato, però, che negli altri Paesi siano cresciuti del 32,5%. Peccato, ancora, che l’inflazione riduca ulteriormente il loro potere d’acquisto: tra il 2019 e il 2024 le retribuzioni contrattuali hanno perso il 10,5% del valore, dopo il picco del 15% registrato nel 2022. Peccato, infine, che il 7% dei lavoratori svolga prestazioni non coperte dai contratti collettivi: significa avere stipendi inferiori al minimo tabellare, essere ancora più esposti all’inflazione e non godere di alcuna tutela.
E poi c’è il tema, purtroppo sempre attuale, della precarietà. Nel 2025 i contratti a termine stipulati in Italia erano 2,4 milioni, con punte di 150 mila nella scuola e 140 mila nella pubblica amministrazione. E ad averli sottoscritti sono spesso trentenni che hanno avuto la sfortuna di avvicinarsi a un mercato del lavoro in cui prima la crisi finanziaria, poi quella pandemica e infine quella inflattiva hanno fatto proliferare contratti a termine, atipici e a progetto. Infine, per chi guarda ancora più lontano, l’angoscia è dettata dalla pensione: secondo Adnkronos, il 48% degli italiani è convinto che l’assegno non gli assicurerà un’esistenza dignitosa, mentre il 38% teme di non averne affatto una.
Insomma, le conquiste sul fronte del benessere lavorativo vanno difese e implementate. Ma è giunto il momento di affrontare i problemi strutturali del mercato del lavoro, quelli che impediscono alle persone di avere contratti stabili e retribuzioni dignitose. Incrementare la produttività, aumentare i salari, estendere la contrattazione collettiva e introdurre il salario minimo per chi non ne è coperto, riequilibrare il carico fiscale sul ceto medio, intervenire senza demagogia sulle pensioni: è in questo modo che bisogna agire per restituire agli italiani la fiducia nel futuro.
Il punto, però, è ancora più profondo. Per anni il dibattito sul lavoro si è concentrato sul benessere organizzativo, sulla qualità degli ambienti, sulla flessibilità e sul supporto psicologico. Tutto questo ha un valore e va difeso. Ma oggi il principale fattore di stress non è l’organizzazione del lavoro. È il lavoro stesso. L’ansia nasce dall’incertezza, dalla paura di perdere l’occupazione, dall’impossibilità di progettare una famiglia, acquistare una casa o immaginare una pensione dignitosa. Nessun benefit aziendale, per quanto utile, potrà mai compensare la mancanza di sicurezza economica e sociale. Se il lavoro torna a essere sinonimo di precarietà e salari insufficienti, significa che stiamo perdendo la battaglia più importante: quella di restituire dignità al lavoro come strumento di libertà e di costruzione del proprio futuro.

