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Europa League e Conference League, Il controllo del Bologna, il cortocircuito della Fiorentina

Da una parte il Bologna che governa, aspetta, colpisce. Dall’altra la Fiorentina che domina l’aggregato ma perde il controllo della partita. Due identità opposte.

Bologna – Brann 1-0

Il peso del controllo

Il risultato dice 1-0.

I numeri raccontano altro.

Oltre il 60% di possesso. Sedici tiri contro sette. Tredici calci d’angolo. Field tilt stabilmente sopra il 65% nella ripresa. Pressione territoriale continua.

Ma la partita, per quaranta minuti, l’ha interpretata meglio il SK Brann.

Il Bologna ha iniziato lento, quasi impacciato. Il Brann ha pressato in 4-4-2 asimmetrico, schermando Freuler e costringendo i rossoblù ad allargare su linee laterali prevedibili. Nei primi venti minuti le migliori occasioni sono nordiche: transizioni pulite, palla verticale immediata su Holm, attacco della seconda palla con mezzali aggressive.

Poi arriva l’episodio: rosso diretto a Sørensen.

E lì la partita cambia natura.

Non è solo superiorità numerica. È superiorità posizionale. Il Bologna alza il baricentro di dieci metri, trasforma il 4-3-3 in un 2-3-5 stabile in fase di possesso, con i terzini dentro il campo e gli esterni larghi a inchiodare l’ampiezza.

Il gol di João Mário è l’immagine perfetta: cross respinto corto, controllo orientato, coordinazione pura. Ma il gesto tecnico è solo la superficie. Sotto c’è un principio: occupare l’area con cinque uomini contro una linea difensiva rimasta in quattro.

Dopo l’1-0 non c’è frenesia.

C’è gestione.

Il Bologna non accelera per chiudere. Spegne. Fa girare. Accetta il palleggio laterale, logora l’avversario, aumenta il numero di corner, congela il ritmo. Una squadra europea si riconosce anche da questo: sapere quando forzare e quando anestetizzare.

Non è stata una notte spettacolare.

È stata una notte adulta.

Fiorentina – Jagiellonia 2-4

Quando il possesso non è controllo

Qui il dato più pericoloso non è il 2-4.

È l’illusione.

La Fiorentina parte con il 3-0 dell’andata. Sulla carta, qualificazione blindata. In campo, invece, equilibrio fragile: possesso quasi pari, ventidue tiri viola ma qualità delle occasioni distribuita male, otto conclusioni in porta contro dieci dei polacchi.

Il Jagiellonia Białystok non ha giocato una partita disperata. Ha giocato una partita lucida.

4-2-3-1 dinamico, linee strette, pressione selettiva sui centrali viola, attacco diretto della zona tra terzino e centrale. Mazurek non segna tre gol per caso: attacca sempre il mezzo spazio destro della difesa toscana, sfrutta i tempi sbagliati di uscita e l’assenza di copertura preventiva.

La Fiorentina tiene palla.

Ma non governa gli spazi.

Il possesso è orizzontale, spesso sterile. Le rotazioni centrali sono lente. I due mediani faticano a schermare le seconde palle. Ogni perdita diventa transizione subita. Ed è lì che la partita prende una piega psicologica.

Quando il 3-0 aggregato diventa 3-2, lo stadio non trasmette più sicurezza: trasmette tensione. E in Europa, la tensione è un acceleratore per chi rincorre.

La Jagiellonia non ha numeri superiori nel volume, ma li ha nell’efficacia.

Meno tiri, più pulizia nello specchio.

Meno possesso, più verticalità.

La Fiorentina si salva nel complesso, ma la partita è un monito: in Europa non basta controllare il pallone. Devi controllare l’inerzia.

Due filosofie, un interrogativo

Il Bologna ha dimostrato maturità: gestione dei tempi, superiorità posizionale, pressione organizzata.

La Fiorentina ha mostrato talento, ma anche fragilità strutturali: difesa delle transizioni, equilibrio tra linee, lettura emotiva dei momenti.

La differenza non è nel risultato finale, È nella gestione del rischio. Il calcio europeo non premia solo chi crea di più. Premia chi sa dove stare quando la partita cambia forma.

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Autore - Articoli pubblicati: 48

Studente di Giurisprudenza, con esperienza amministrativa e interesse per ambito legale, aziendale e risorse umane.

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