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Le tre start up più promettenti del 2026

Wired ha invitato a tenere d'occhio Exein, Nanophoria e WSense: questo appena iniziato dovrebbe essere il loro anno

Tre tra le migliori startup italiane da seguire nel 2026, tre aziende da tenere d’occhio che potrebbero cambiare la nostra quotidianità. Questa è la short list della testata Wired per l’anno appena iniziato.

Certo, le premesse sono buone: tutte le società che abbiamo selezionato operano in ambiti in crescita e propongono idee fortemente innovative. Molte hanno già fatto incetta di capitali. Ma fare impresa è un rischio, e farlo alla maniera delle startup – prova, cresci in fretta, fallisci, e poi ritenta – non è per tutti.

Quello che è certo è che il contesto, negli ultimi anni, è cambiato parecchio. L’ultimo rapporto di StartupItalia parla di un aumento delle operazioni di funding negli ultimi dodici mesi (204, + 14% rispetto al 2024) a fronte di meno capitale investito nelle neoaziende (1.108 miliardi di euro, -21%). Insomma, il mercato italiano si muove ma non accelera, e le grandi operazioni pesano circa il 40% della raccolta complessiva: quella che possiamo definire una fase di concentrazione.

Siamo lontanissimi (quasi alla metà) dai 2,3 miliardi di euro investiti in Italia nel 2022, quando il Covid aveva accelerato la transizione digitale. Era l’anno che, sul finire, vide l’esplosione di ChatGpt.

Ma, e questo è un fatto, siamo anche parecchio distanti dai 97 milioni di euro raccolti nel 2015. Era solo dieci anni fa. E proprio di un fattore dieci, nel giro di due lustri, è aumentato il funding. Vale la pena di ricordarlo. Allora sulla Penisola non c’era quasi nulla per le startup: una legge voluta dal governo Monti, e poco altro.

Oggi, al contrario, chi fa innovazione può contare su media, una community nutrita, corsi (universitari e non), occasioni di incontro. E, forse soprattutto, su modelli a cui ispirarsi. Ognuno con la propria storia di successo, che comprende – ed è un aspetto che viene meritoriamente raccontato senza troppa ritrosia dagli stessi imprenditori – gli inevitabili fallimenti. Ottenuti in Italia, non a migliaia di chilometri, dove la distanza in termini di lingua, cultura e burocrazia rende spesso i paragoni improponibili.

Se la lettura corretta fosse questa, non ci sarebbe nulla di male: ciò che conta è la tendenza, e quella – come abbiamo visto – nel complesso resta positiva. Aggiungeremmo: non è detto che il modello americano sia l’unica via all’innovazione. Il fake it till you make it, vissuto come un mantra, è in grado di generare mostri.

Non solo. La velocità con cui avanza la storia si traduce in normative che restano sempre un passo indietro rispetto all’evoluzione del business: ne sono conseguenza gli oligopoli cui assistiamo, e di cui faticheremo a liberarci. La politica non solo non vuole: non riesce a stare al passo con la tecnologia che corre.

Ma c’è un’altra ipotesi che va considerata. Una battuta d’arresto può essere sinonimo di riflessione; ma, se il rallentamento continuasse negli anni a venire, ci troveremmo di fronte a un problema. Perché l’innovazione tecnologica è il modo più rapido per rimettere a posto i conti di un Paese; soprattutto se, come l’Italia, è stritolato da un debito pubblico che lascia margini di manovra ristretti agli esecutivi di ogni colore.

L’innovazione consente di compensare il declino strutturale dell’Occidente di quest’epoca; per questo, oltre che in startup italiane, è necessario investire in ricerca universitaria e laboratori.- – Ambiti in cui, invece di aumentare, i fondi diminuiscono a detta degli stessi lavoratori. Si tratta, va senza dire, di un errore grave. Leggete cosa scriveva il sociologo Manuel Castells a proposito della nascita della Rete nel secolo scorso: “In breve, tutti gli sviluppi tecnologici che portano a internet hanno trovato il proprio terreno di coltura all’interno di enti governativi, grandi università e centri di ricerca. Internet non è nata nel mondo dell’impresa. Si tratta di una tecnologia troppo coragggiosa, di un progetto troppo costoso e di un’iniziativa troppo rischiosa per essere fatta propria da organizzazioni legate al profitto”. Il ruolo dello Stato innovatore, per dirla con l’economista Mariana Mazzucato, è insostituibile.

Di sicuro, l’AI oggi non è solo hype, come accadeva fino a un paio di anni fa. C’è anche della sostanza, nelle società che le sono nate attorno, e che cominciano a inventarsi applicazioni utili. Se ci sarà una correzione nell’ambito dell’intelligenza artificiale, come è probabile, spazzerà via il peggio del settore, lasciando spazio a una stagione di innovazione reale. Speriamo non solo in termini di business. E speriamo, soprattutto, etica, con tutto ciò che questa parola porta con sé. Dai Greci fino a noi. Ecco la nostra selezione di seguito.

Exein

Ha appena chiuso un round da cento milioni di euro per accelerare l’espansione globale, che porta la raccolta 2025 a un totale di 170 milioni. Si occupa di cybersecurity nel firmware (un software integrato direttamente in un componente elettronico, come la Rom di un computer, un telecomando o un frigorifero smart): questa tecnologia, dichiara l’azienda, consente di essere protetti anche in assenza di connessione continua. Secondo Exein, il 90% dei dispositivi IoT (Internet of things) al mondo sarebbero vulnerabili. Fondata nel 2018 dall’ad Gianni Cuozzo, è candidata a diventare uno dei prossimi unicorni italiani.

Nanophoria

Lavora sul trattamento dello scompenso cardiaco tramite procedimenti non invasivi, come l’inalazione di farmaci biologici. L’elemento principale della piattaforma, dichiara l’azienda, è una particella inorganica di calcio-fosfato che può essere caricata, letteralmente, con sostanze biologiche attive: per esempio peptidi, Rna e aptameri. La tecnologia è ancora in fase sperimentale, ma sulla base degli studi preclinici sarebbe promettente. Spin-off del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche), fondata nel 2022, a ottobre ha raccolto 83,5 milioni di euro in un round di finanziamento di serie A. Pochi giorni fa, a metà dicembre, si è assicurata il premio “Startup of the year” di StartupItalia.

WSense

La startup è specializzata in sistemi di comunicazione e monitoraggio ambientale e strutturale subacquei. Per dirla in poche parole e semplificando, un wifi sottomarino. L’azienda ha firmato un accordo recente con il gigante della cantieristica Fincantieri, con l’obiettivo di sviluppare un programma di monitoraggio portuale finalizzato ad aumentare la sicurezza degli scali marittimi. Ma, secondo Wsense, grazie a questa tecnologia è possibile avviare la raccolta di big data oceanici, una prospettiva interessante nell’ottica della tutela ambientale e della biodiversità. I dispositivi di Wsense, dichiara l’azienda, potrebbero operare fino a tremila metri di profondità, un ambiente su cui le conoscenze scarseggiano. Fondata da Chiara Petrioli, professoressa ordinaria di Ingegneria Informatica all’Università La Sapienza di Roma, che è ad dal 2022, la raccolta complessiva al momento in cui scriviamo è di 25 milioni di euro. L’ultimo round risale a ottobre.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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