Da anni il dibattito pubblico sulla crescita economica, sui salari e sulla produttività ruota attorno agli stessi concetti e, soprattutto, agli stessi interlocutori. Si invocano patti sociali, concertazione, responsabilità condivisa. Eppure i risultati tardano ad arrivare, mentre una parte sempre più ampia del Paese resta ai margini di queste discussioni.
Il problema non è soltanto economico. È, prima di tutto, un problema di rappresentanza.
Un sistema che non riflette più il lavoro reale
Il mondo del lavoro è cambiato radicalmente: rapporti discontinui, micro-imprese, lavoro autonomo e parasubordinato, settori ad alta rotazione e stagionalità. Una realtà frammentata, diffusa, spesso priva di tutele stabili.
Eppure il confronto istituzionale continua a essere costruito su un modello che presuppone un lavoro standardizzato e una rappresentanza concentrata in pochi soggetti storici. Un modello che oggi non intercetta più la pluralità reale di chi produce reddito, occupazione e valore.
Tavoli aperti solo formalmente
Si parla di dialogo sociale, ma l’accesso ai tavoli resta di fatto riservato a chi già occupa una posizione consolidata. Non per una verifica della rappresentatività effettiva, ma per una consuetudine che si autoalimenta.
Chi resta fuori non è marginale per scelta. È escluso perché:
non rientra negli schemi tradizionali;
rappresenta interessi diffusi ma non organizzati in grandi apparati;
porta istanze concrete, spesso scomode, che non trovano spazio nel linguaggio rituale della concertazione.
Chi non fa rumore, ma tiene in piedi il sistema
Esiste una parte silenziosa del Paese che:
non sciopera perché non può permetterselo;
non manifesta perché lavora a chiamata, a progetto, a ciclo discontinuo;
non ha uffici stampa, ma affronta ogni giorno il rischio economico e professionale.
È una rappresentanza che non vive di slogan, ma di soluzioni operative: contrattazione praticabile, strumenti di prevenzione del contenzioso, tutele sostenibili, flessibilità regolata e non precarietà.
Il vero blocco non è il conflitto
Attribuire la paralisi del sistema a singoli veti o a contrapposizioni ideologiche è una semplificazione. Il vero blocco è strutturale: regole di accesso al confronto che non si sono evolute insieme al lavoro.
Cambiare gli attori senza cambiare il perimetro non produce innovazione. Rischia solo di spostare gli equilibri interni, lasciando irrisolto il nodo principale: chi rappresenta davvero oggi il lavoro e l’impresa diffusa.
Un nuovo patto sociale deve essere plurale
Se si vuole parlare seriamente di crescita, salari e produttività, occorre superare una visione chiusa e autoreferenziale della rappresentanza.
Un patto sociale credibile oggi deve essere:
plurale, non esclusivo;
aperto, basato sull’attività reale e non sulla rendita di posizione;
funzionale, orientato a risultati verificabili;
territoriale e settoriale, non solo nazionale e centralizzato.
Il vero nodo non è decidere chi escludere dal tavolo, ma chi includere per la prima volta. Finché il confronto resterà confinato a pochi soggetti storici, il Paese continuerà a discutere di crescita senza coinvolgere chi la crescita la produce ogni giorno, spesso senza voce e senza protezione.
Un nuovo equilibrio sociale non nasce dall’alternanza degli stessi protagonisti, ma dall’apertura a una rappresentanza più aderente alla realtà del lavoro contemporaneo.

