Mentre migliaia di riders continuano a pedalare per 2–4 euro a consegna, il dibattito pubblico resta prigioniero di parole vuote: “innovazione”, “flessibilità”, “nuove forme di lavoro”. La realtà, però, è un’altra. E la realtà — come insegnava l’Illuminismo — è l’unico terreno su cui si può costruire giustizia. La “realtà effettuale delle cose”, per dirla con Machiavelli ripreso dalla tradizione razionalista, è questa: i riders lavorano come dipendenti, sono trattati come autonomi, e vengono pagati come lavoratori poveri.
IL NODO NON È TECNICO. È POLITICO E SINDACALE
Da anni si susseguono: tavoli, protocolli, accordi sperimentali, dichiarazioni stampa, contratti “ad hoc”.
Eppure la paga media reale di un rider resta spesso inferiore al minimo costituzionale di dignità.
Non è un incidente. È il risultato di una rappresentanza che non ha centrato il problema.
I sindacati coinvolti finora hanno agito su tre piani deboli. Hanno accettato la narrazione dell’autonomia. Invece di partire dal dato materiale — turni imposti, ranking, geolocalizzazione, potere disciplinare digitale — si è discusso di “nuove categorie”. Ma qui non siamo davanti a un lavoro nuovo. Siamo davanti a subordinazione travestita. Hanno contrattato il sintomo, non la causa. Si è trattato sul bonus, sull’indennità, sulle assicurazioni mentre il cuore del problema è uno solo: chi decide il tempo, il compenso e la prestazione esercita potere datoriale.
Finché questo non viene riconosciuto, ogni accordo è solo una toppa. Hanno legittimato modelli al ribasso. Alcuni contratti firmati nel settore hanno avuto un effetto oggettivo: normalizzare la paga povera come “standard della piattaforma”. Quando un sindacato certifica 10 euro lordi teorici, ma la realtà è 5–6 netti, non sta difendendo il lavoro. Sta legittimando il dumping.
IL PARADOSSO: INTERVIENE LA MAGISTRATURA, NON LA CONTRATTAZIONE
Le svolte più concrete nel settore non sono arrivate dai tavoli sindacali, ma: dalle Procure dai Tribunali dalle sentenze che parlano di etero-organizzazione. Quando è il giudice a ricostruire il rapporto di lavoro, significa che la rappresentanza ha lasciato un vuoto.
IL PUNTO ILLUMINISTICO: TORNARE AI FATTI
L’Illuminismo insegnava una cosa semplice: non si governa la società con le parole, ma con l’analisi della realtà.
La realtà è che: i riders non determinano il prezzo, non organizzano il lavoro, non scelgono i clienti, subiscono sanzioni, lavorano in continuità. Questa è etero-organizzazione. E l’etero-organizzazione, nel nostro ordinamento, è lavoro subordinato.
Tutto il resto è retorica.
LA SOLUZIONE NON È UN NUOVO TAVOLO. È UN CAMBIO DI PARADIGMA
Basta “contratti speciali per riders”. Basta categorie ibride che servono solo a ridurre diritti. Basta accettare il cottimo mascherato
Serve una sola cosa: applicare le regole del lavoro subordinato dove il lavoro è subordinato. Non è ideologia. È diritto positivo.
PERCHÉ QUESTO È UN PUNTO DI CIVILTÀ
Qui non si parla di piattaforme. Si parla di salario costituzionale (art. 36), di dignità, di tutela del lavoro. Se si accetta che un algoritmo possa comprimere il salario sotto la soglia di sussistenza, allora domani nessun settore sarà al sicuro. I riders non sono una nicchia. Sono l’avanguardia della precarizzazione generale. Il problema non è la tecnologia. Non è la gig economy. Non è il futuro del lavoro. Il problema è aver smesso di guardare i fatti. E quando il sindacato perde il contatto con la realtà effettuale, non difende più il lavoro: lo amministra. È tempo di tornare alla realtà. Perché il lavoro non è un algoritmo. È vita.

