3 visualizzazioni 5 min 0 Commenti

Maternità, servizi insufficienti e clima tossico: in Italia ancora troppe donne fuori dal mercato del lavoro

mamma
Rbs rilancia l'allarme: part-time involontario e gender gap doppi rispetto alla media europea. Indispensabili asili nido e rafforzamento delle tutele

In Italia l’occupazione femminile aumenta, ma le donne sono ancora penalizzate perché più esposte a interruzioni, riduzioni di orario e rallentamenti professionali nei passaggi chiave della vita lavorativa. E il nodo non è l’accesso al lavoro, ma la tenuta e la prospettiva di crescita delle carriere femminili nel tempo. Il tema emerge con chiarezza da un report curato dal Centro di Ricerca Divulgativo di Rbs.

Nel 2024 il tasso di occupazione femminile è cresciuto e, nel secondo trimestre, ha fatto segnare un +0,9%. Il miglioramento, però, non ha colmato il ritardo strutturale del Paese. Il tasso di occupazione complessivo della popolazione 20-64 anni in Italia si è attestato al 67,1%, a fronte di una media europea del 75,8. In più, il divario di genere nell’occupazione è risultato quasi doppio rispetto alla media europea, cioè 19,4% contro 10. E nel Paese persistono fratture territoriali: nel secondo trimestre del 2024 era occupato il 62,8% delle donne nel Nord, il 59,9 nel Centro e il 37,2 nel Sud. Su questo quadro incide la debolezza strutturale della partecipazione femminile. In Italia il tasso di inattività delle donne in età lavorativa è tra i più elevati in Europa: circa una donna su tre tra 15 e 64 anni non è occupata né in cerca di lavoro.

Ma che cosa penalizza tanto le donne nella loro carriera? La maternità. Nel 2024 le lavoratrici madri hanno rappresentato il 69,5% delle dimissioni convalidate nel periodo protetto, contro il 30,5 dei padri. E tra 2022 e 2024 oltre 180mila genitori hanno lasciato il lavoro dopo la nascita di un figlio. E nel 70% dei casi si è trattato di donne. La maternità, dunque, costringe le donne a uscire dal mercato del lavoro o, comunque, incide negativamente sulla qualità del loro impiego. Nel 2024 il 29,3% delle donne occupate tra 25 e 64 anni lavorava part-time, contro il 6,2% degli uomini; all’interno di questa quota, il part-time involontario riguarda il 15,6% delle donne, a fronte del 5,1 degli uomini. Ecco perché, per conciliare maternità e lavoro, molte donne puntano su piattaforme digitali, lavoro on demand, creazione di contenuti online e servizi alla persona intermediati da app. Una simile scelta garantisce occupazione e flessibilità, ma spesso a fronte di minori tutele, redditi discontinui e ridotta protezione sociale.

Come se non bastasse, quando riescono ad accedere al mercato del lavoro e a rimanervi dopo la maternità, le donne devono fare i conti con un clima tossico. Nel 2022-2023 il 13,5% delle donne tra 15 e 70 anni che lavorano o hanno lavorato dichiara di aver subito molestie sessuali nel corso della vita professionale, contro il 2,4 degli uomini. Accanto alle molestie, tra le forme di violenza più diffuse compaiono violenza verbale (56%), mobbing (53%) e abuso di potere (37%), da cui scaturiscono a dimissioni, licenziamenti o abbandono di percorsi di carriera. Il clima non comporta solo sofferenza individuale, ma anche aumento di assenteismo e turnover, rinuncia a ruoli esposti (front office, trasferte, networking), cambi di settore e, nei casi più gravi, abbandono del mercato del lavoro.

Negli ultimi anni, comunque, si sono registrati timidi passi avanti nei servizi educativi per la prima infanzia e negli incentivi alla permanenza occupazionale. Sotto il primo aspetto, la copertura nazionale dei nidi ha raggiunto 30 posti ogni 100 bambini tra 0 e 2 anni nell’anno educativo 2022/2023. Il miglioramento c’è, ma la performance italiana resta al di sotto dei target europei del 33% come soglia minima e del 45 entro il 2030. La crescita dell’offerta, inoltre, resta disomogenea se si pensa che nel Mezzogiorno la copertura oscilla tra il 13,2% della Campania e il 15,7 della Calabria, mentre in diverse regioni del Nord supera il 35. Sul versante occupazionale, sono stati introdotti incentivi per le lavoratrici madri dipendenti, in particolare l’esonero dei contributi previdenziali per le madri con due o più figli. Ma tali misure sono concentrate sul lavoro dipendente a tempo indeterminato e intercettano solo parzialmente l’occupazione femminile.

Insomma, la parità di genere nel lavoro in Italia non si gioca sull’accesso, ma sulla capacità del sistema di sostenere le carriere femminili nel tempo. Tre sono le priorità operative. La prima: servizi adeguati e una maggiore condivisione delle responsabilità familiari per consentire alle donne di restare nel mercato del lavoro. La seconda: ridurre il ricorso al part-time involontario, rafforzare le tutele nelle nuove forme di lavoro e contrastare discriminazioni e clima ostile che spingono molte donne a ridimensionare i percorsi professionali. La terza: favorire l’accesso delle donne ai ruoli decisionali.

Avatar photo
Collaboratrice - Articoli pubblicati: 7

Giornalista professionista, si occupa delle intersezioni tra mercato del lavoro, dinamiche economiche e trasformazioni sociali. Con un approccio analitico ma sempre attento al lato umano, esplora come le grandi decisioni finanziarie ricadano sulla quotidianità dei cittadini e sulla cultura contemporanea

Scrivi un commento all'articolo