La fine del Piano nazionale di ripresa e resilienza (il Pnrr) rischia di diventare un boomerang per le imprese di rete, specializzate in infrastrutture di fibra ottica e telecomunicazioni.
Secondo stime di Anie Sit, associazione di Confindustria, riportate da Wired, si prevedono ben 12mila esuberi, di cui 2mila nel 2026 e 7mila nel 2027.
Questi numeri sono emersi all’evento “Reti e servizi leve per la competitività” a Roma, in occasione del bilancio del mandato del presidente uscente Luigi Piergiovanni.
Piergiovanni ha tracciato un bilancio positivo del periodo Pnrr: le sei principali aziende del settore (in testa Sirti e Sielte) hanno visto il fatturato crescere da 3,2 a 4 miliardi di euro, con un incremento double digit in un mercato tlc in crisi cronica.
Questo boom è legato ai cantieri del Piano Italia a 1 Giga, gestiti da Open Fiber e Fibercop.
Tuttavia, con la fine del Pnrr, il rischio è quello di subire un ribaltone: i 700mila civici esclusi dal piano per evitare sanzioni Ue saranno oggetto di nuove gare tra 2027 e 2030 in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Lazio, ma con commesse ridotte e prezzi al ribasso.
Le imprese dovranno gestire lo switch off della rete in rame entro il 2035 (come previsto dal Digital Networks Act) e la manutenzione, ma non basterà. Alcune si stanno riorganizzando verso settori fiorenti come energia e trasporti, ma le competenze tlc sono solo parzialmente trasferibili. Per questo, si profila un doppio effetto boomerang: riduzione delle risorse nei cantieri fibra e necessità di nuove figure specializzate, difficili da reperire.
A complicare il quadro, il conflitto in Medio Oriente che gonfia i prezzi dei materiali edili e dei carburanti, impattando sugli investimenti.
Un barlume di speranza arriva, però, dall’accordo Tim-Fastweb-Vodafone per 6mila nuove torri 5G.

