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Escort multata dalla Guardia di Finanza. Ma la prostituzione è un lavoro?

Dopo il recente fatto di cronaca dovuto alla nuova classificazione Ateco, Avvenire ospita la risposta del giuslavorista Michele Tiraboschi: "Per la nostra Costituzione, non tutto ciò che è pagato diventa legittimo oggetto di mercato"

Alla vigilia dell’otto marzo, Avvenire ha pubblicato un articolo di Michele Tiraboschi, ordinario di Diritto del lavoro presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, che parte da una semplice domanda: la prostituzione si può considerare un lavoro?

L’intervento del docente universitario parte dal recente inserimento dei “servizi sessuali” nella nuova classificazione Ateco Istat, il che ha consentito recentemente alla Guardia di Finanza di sanzionare una escort per ben 200mila euro non dichiarati.

Questo dato di cronaca, a parere di Tiraboschi, ha dimostrato che la classificazione Ateco dell’Istat non si traduce solo un atto burocratico, ma spinge inevitabilmente a cambiare la percezione sociale della prostituzione, avvicinandola, pur surrettiziamente, allo status di normale attività lavorativa.

Pur senza modificare formalmente la legge, quindi, questa sorta di regolarizzazione fiscale attribuisce alla prostituzione una parvenza di legittimità economica e lavorativa, senza che vi sia stato un dibattito parlamentare, politico e pubblico all’altezza della portata etica e antropologica del tema.

Tiraboschi, così, richiama la legge Merlin del 1958, che non punisce chi si prostituisce ma sanziona lo sfruttamento e il favoreggiamento. Inoltre, il professore ricorda come la Corte costituzionale, con la sentenza n. 141/2019, abbia confermato la legittimità di questa scelta normativa, centrata sulla tutela della dignità delle persone coinvolte contro la mercificazione e lo sfruttamento, anche quando la prostituzione appare volontaria.

La Corte ha chiarito che la libertà negoziale non è assoluta quando entra in gioco la dignità umana e che la prostituzione volontaria non può essere elevata a “diritto inviolabile” ex articolo 2 della Costituzione: la prestazione sessuale a pagamento è un’attività economica che degrada la persona riducendo la sessualità a mera merce.

Viene contestata l’idea, spesso sostenuta in nome dell’autodeterminazione, che la prostituzione sia un lavoro come gli altri, perché ciò presuppone che le scelte siano davvero libere, mentre in realtà risultano condizionate da povertà, vulnerabilità, migrazione forzata e dipendenza economica, in un contesto in cui la domanda di sesso a pagamento alimenta tratta, sfruttamento e asimmetrie di genere.

Il problema, sottolinea l’articolo, non riguarda solo l’offerta ma soprattutto la domanda: ci si chiede se sia eticamente neutra o se contribuisca a consolidare logiche di mercificazione del corpo e disparità tra uomini e donne, come mostrano anche le esperienze dei Paesi che hanno legalizzato e regolato il mercato del sesso.

Il nodo centrale viene così spostato sul significato di lavoro e sulla concezione di persona che si vuole assumere come fondamento della società: se il lavoro è soltanto “merce-lavoro”, il corpo può essere oggetto di contratto; se invece, come afferma la Costituzione, il lavoro è espressione della persona, partecipazione, relazione e dignità, la riduzione integrale della sessualità a prestazione tariffata appare incompatibile.

Da qui la difesa dell’impianto della legge Merlin, che, pur datata, continua a rappresentare una scelta di fondo: non criminalizzare la persona che si prostituisce, ma porre un argine giuridico e simbolico alla costruzione di un’industria organizzata del sesso che normalizzi la mercificazione del corpo.

Tiraboschi, così, conclude che la domanda “la prostituzione è un lavoro?” non è tecnica, ma politica e valoriale: riguarda il tipo di società che vogliamo, se una in cui tutto ciò che è pagato diventa legittimo oggetto di mercato o una che conserva limiti alla mercificazione della persona.

La Costituzione pone il lavoro a fondamento della Repubblica solo nella misura in cui è strumento autentico di libertà, partecipazione e costruzione del bene comune, e non semplicemente una transazione economica, ragione per cui l’equiparazione piena della prostituzione a lavoro viene rifiutata.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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