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La rappresentanza non è un mercato: riflessioni sul futuro del sindacato

Bisogna fare chiarezza distinguendo tra chi costruisce soluzioni e relazioni corrette da chi considera la rappresentanza solo un mercato da presidiare

Voglio condividere una riflessione seria, maturata in oltre dieci anni di esperienza diretta nel ricoprire incarichi sindacali, lavorando quotidianamente fianco a fianco sia con colleghi sindacalisti sia con rappresentanti delle organizzazioni datoriali. Un osservatorio privilegiato che mi ha consentito di comprenderne caratteristiche, approcci e, soprattutto, motivazioni profonde.

In questo percorso ho incontrato persone che vivono il ruolo sindacale come una vera missione. Professionisti seri, coerenti, leali, che mettono al centro la ricerca di soluzioni concrete per lavoratori e imprese, convinti che fare bene il proprio lavoro, con correttezza e competenza, sia non solo giusto sul piano etico ma anche sostenibile nel tempo. Persone che sanno che il sindacato non è volontariato puro, perché chi lavora deve anche poter vivere del proprio lavoro, ma che allo stesso tempo concepiscono la remunerazione come conseguenza naturale di un’attività svolta con serietà, continuità e responsabilità.

Accanto a queste figure, purtroppo, ne ho incontrate molte altre che di “missione” non hanno proprio nulla. Soggetti che ignorano completamente i bisogni reali di chi dovrebbero rappresentare e che interpretano il ruolo sindacale – o para-sindacale – come una mera opportunità di business. Questa dinamica, seppur presente anche tra alcune realtà del sindacalismo dei lavoratori, appare assai più diffusa in una parte del mondo datoriale, soprattutto tra coloro che trasformano la confederazione datoriale in un’impresa familiare/commerciale, spesso perché non hanno una vera impresa propria da cui partire e che dovrebbe invece rappresentare la base concreta per comprendere e rappresentare gli interessi delle aziende.

In questi casi la rappresentanza diventa un’etichetta, uno strumento per accreditarsi, mentre il vero obiettivo è vendere servizi alle aziende: corsi di formazione prodotti da terzi, consulenze standardizzate, progetti preconfezionati, spesso spacciati per attività sindacale o di rappresentanza, ma che con la politica sociale e con la tutela degli interessi collettivi hanno ben poco a che fare. Si tratta di modelli organizzativi che vivono prevalentemente di ritorni economici legati alla bilateralità, a convenzioni commerciali o a pacchetti di servizi, più che di reale attività di rappresentanza e negoziazione.

Negli ultimi anni, lavorando a stretto contatto con molte di queste realtà, questo limite mi è apparso sempre più evidente e, devo ammetterlo, sempre meno tollerabile. Mi sono spesso chiesto come riescano a mantenere e convincere i propri iscritti, considerando che in molti casi la quota associativa viene addirittura azzerata o simbolica, per poi recuperare margini economici attraverso percentuali sui servizi venduti alle aziende. Un modello che, di fatto, trasforma l’associato da soggetto rappresentato a cliente da fidelizzare.

A questo quadro si aggiunge un ulteriore elemento, spesso taciuto ma decisivo per comprendere le distorsioni del sistema: la rappresentatività di alcune organizzazioni datoriali non nasce da un reale radicamento tra le imprese, ma viene di fatto costruita, e talvolta addirittura “comprata”, attraverso accordi con altri soggetti, in alcuni casi perfino di natura sindacale e non propriamente datoriale. Ne deriva un circuito anomalo in cui si firmano numerosi CCNL non tanto con l’obiettivo di tutelare realmente il mondo del lavoro e dell’impresa, quanto piuttosto per alimentare un sistema di vantaggi organizzativi ed economici autoreferenziali.

In una logica corretta di relazioni industriali, dovrebbero essere le organizzazioni datoriali firmatarie a promuovere e a far applicare i contratti collettivi alle aziende loro effettivamente associate e rappresentate. Nella realtà, però, ciò troppo spesso non avviene. Molte di queste strutture non dispongono di un tessuto associativo reale o lo possiedono solo in misura marginale e sporadica. Le sedi territoriali risultano talvolta inesistenti, sovrapposte a quelle di altre organizzazioni o addirittura “prese in prestito”, prive quindi di una struttura autonoma, stabile e riconoscibile sul territorio.

Parallelamente, i contributi derivanti dalla bilateralità e da tutte le attività ad essa collegate finiscono per diventare la principale fonte di sostentamento dell’organizzazione, alimentandone l’esistenza e, in alcuni casi, interessi che nulla hanno a che vedere con la rappresentanza.

Non di rado si assiste anche alla creazione, direttamente da parte di soggetti datoriali, di sigle sindacali dei lavoratori di fatto controllate o comunque fortemente condizionate, funzionali a gestire e giustificare la stipula di accordi e contratti senza un reale confronto con organizzazioni sindacali autonome e realmente rappresentative.

In questo contesto, il tema del dumping contrattuale viene spesso evocato in modo strumentale: non tanto per una reale preoccupazione verso l’equilibrio del sistema e la tutela dei lavoratori, ma piuttosto per evitare ostacoli a un determinato disegno organizzativo e di business.

Si parla molto di rappresentanza e rappresentatività puntando il dito contro i sindacati autonomi o di nuova generazione e limitandosi a conteggiare il numero dei CCNL depositati, quando invece il controllo dovrebbe essere indirizzato proprio verso questo tipo di organizzazioni datoriali che, in molti casi, rappresentano la vera falla del sistema della contrattazione collettiva e di tutti gli istituti ad essa connessi.

Il rischio, in questi modelli, è che la forma prenda il posto della sostanza: testi ben scritti, progetti ben confezionati, piattaforme apparentemente innovative, ma privi di un radicamento reale nei luoghi di lavoro e nei contesti produttivi. La rappresentanza diventa così un prodotto da vendere, la bilateralità una fonte di sostentamento, la formazione un catalogo da commercializzare, e i professionisti coinvolti vengono ingaggiati più per dare un’apparenza di struttura che per costruire un vero progetto sindacale.

La questione, però, non è demonizzare il legittimo utilizzo di servizi o strumenti economici a supporto dell’attività sindacale, che sono anzi necessari per garantire sostenibilità organizzativa. Il punto è un altro: capire se tali strumenti siano realmente funzionali alla rappresentanza oppure se la rappresentanza diventi solo il pretesto per alimentare un circuito economico autoreferenziale, chiuso in sé stesso e scollegato dai bisogni concreti di lavoratori e imprese.

La credibilità del sistema di relazioni industriali si gioca anche su questa distinzione. Se la rappresentanza viene percepita come un’attività commerciale mascherata, si indebolisce la fiducia delle imprese, dei lavoratori e delle istituzioni. Se invece torna ad essere fondata su competenza, presenza reale, capacità di risolvere problemi e coerenza nei comportamenti, allora può continuare ad essere un pilastro essenziale dell’equilibrio sociale ed economico.

Forse è davvero il momento di fare chiarezza, con coraggio ma senza spirito di polemica, distinguendo chi lavora ogni giorno per costruire soluzioni e relazioni corrette da chi considera la rappresentanza solo un mercato da presidiare. Perché il sindacato, sia dei lavoratori sia delle imprese, non può ridursi a un marchio da vendere: deve restare, prima di tutto, un impegno concreto verso chi si ha il dovere di rappresentare e tutelare.

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Autore - Articoli pubblicati: 220

Segretario Generale Confederazione SELP

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