L’Italia dispone di un numero di operatori di polizia superiore alla media europea. Questo però non significa automaticamente avere una capacità operativa più alta. Il punto non è quanti uomini e donne in divisa abbiamo, ma dove sono impiegati, che cosa fanno concretamente e con quali margini di azione possono intervenire.
Una prima criticità riguarda l’uso distorto delle competenze. Molte attività oggi svolte da personale in uniforme non sono funzioni di polizia in senso proprio, ma compiti amministrativi: registrazioni, protocolli, gestione atti, mansioni di segreteria, servizi logistici, uffici interni, centralini, perfino servizi di rappresentanza. Tutte attività che potrebbero essere svolte da personale civile o ministeriale. Non è una critica agli agenti, ma un errore organizzativo strutturale: un operatore formato per l’ordine pubblico, l’indagine o l’intervento rapido non è una risorsa da sportello. Ogni volta che lo si utilizza così, si sottrae capacità operativa reale al territorio.
C’è poi il tema della selezione. Entrare in un corpo di polizia non dovrebbe essere percepito come “vincere un posto pubblico”, ma come accedere a un sistema che richiede un’attitudine specifica alla funzione. E l’attitudine non è solo quella dell’operatore “su strada”. Servono profili diversi: chi è portato per la gestione dello stress e delle crisi nell’ordine pubblico, chi ha capacità analitiche per l’attività investigativa, chi possiede competenze informatiche avanzate, chi è adatto all’intelligence o alle attività tecniche e forensi. Invece esiste un fenomeno noto ma mai affrontato fino in fondo: quello degli “imboscati strutturali”, personale che finisce stabilmente in ruoli comodi e scollegati dalla funzione reale del corpo. Questo abbassa l’efficienza complessiva, carica sempre sugli stessi operatori il lavoro operativo e crea squilibri interni enormi.
Quando si parla di ordine pubblico, però, il vero nodo non è il numero di uomini. L’efficacia del servizio d’ordine e di prevenzione oggi è condizionata soprattutto da un fattore psicologico e giuridico: la paura delle conseguenze personali per l’operatore. Ogni intervento può essere filmato, ogni uso della forza valutato ex post, ogni errore trasformarsi in un procedimento penale personale, mentre la tutela istituzionale è spesso percepita come incerta o tardiva. Questo produce un blocco mentale operativo: l’agente esita, attende ordini sempre più espliciti, evita iniziative, riduce l’intensità dell’intervento. Non per mancanza di coraggio, ma per autotutela.
Situazioni come quelle viste a Torino seguono spesso questa dinamica: aggressione a un operatore, tensione crescente, rischio di degenerazione. La dottrina operativa prevede che strumenti come la carica possano essere utilizzati per ripristinare l’ordine. Eppure, molte volte il comando non parte o parte in forma attenuata. Non perché manchino uomini o addestramento, ma perché la catena di comando sa che un’azione energica oggi può trasformarsi in un problema giudiziario domani. Così si finisce per neutralizzare la funzione preventiva della forza pubblica.
La verità, forse scomoda, è che la polizia svolge molte funzioni: amministrative, investigative, informative, tecniche, logistiche, di rappresentanza. L’ordine pubblico è solo una branca, ma è quella che incide di più sulla percezione di sicurezza dei cittadini. Se proprio quella branca è sotto-impiegata per compiti impropri, frenata da timori legali e gestita con eccessiva prudenza politica, il cittadino percepisce debolezza anche in presenza di numeri elevati.
Per questo il tema non è “servono più poliziotti o carabinieri”, ma piuttosto ridistribuire le mansioni, spostando al personale civile ciò che non è funzione di polizia; selezionare e valorizzare davvero l’attitudine; eliminare sacche di improduttività; garantire una tutela giuridica chiara all’operatore in servizio; e avere una catena di comando che possa assumersi responsabilità operative. Altrimenti continueremo ad avere molte divise, ma poca presenza efficace sul territorio, interventi tardivi e una prevenzione indebolita: il paradosso di uno dei sistemi di polizia più numerosi d’Europa, con operatori che spesso devono pensarci due volte prima di fare il loro lavoro.

