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43-40-39: la vetta è una questione di nervi

L’Inter resta davanti, ma il Napoli, corto di cambi e pieno di assenze, regge due svantaggi a San Siro e rimane a -4: la Roma approfitta dei vari inciampi e con una partita in più si rimette in scia, e potrebbe fare ugualmente la Juventus in campo stasera con la Cremonese. Il Como non molla rimanendo in piena zona Europa, il Bologna sembra avere ritrovato un po della sua brillantezza .

Inter-Napoli 2-2: una partita enorme, e un Napoli stoico

San Siro non ha visto un pareggio “capitato”. Ha visto due squadre che non si sono risparmiate, che hanno messo in campo una partita vera, piena, fisica e pensata. E dentro quel 2-2 c’è soprattutto un’immagine: un Napoli che pareggia andando sotto due volte, con una lista di assenze pesante e pochissime opzioni dalla panchina, e lo fa senza abbassare la testa né cambiare postura.

La cosa più interessante, qui, non è solo il come: è il quando. Il Napoli approccia meglio entrambi i tempi. Parte con un’idea offensiva, pressione alta, voglia di giocarla a viso aperto anche se la realtà, rotazioni ridotte, ultimo stop pesante come quello di Neres, avrebbe suggerito prudenza. È una scelta che ti espone, certo. Ma è anche la scelta di una squadra che, in questo momento, si fida della propria identità più delle condizioni ideali.

L’Inter, dal canto suo, costruisce una partita di controllo e intensità, e a tratti sembra poterla indirizzare: gestione degli spazi, catena sugli esterni, qualità in rifinitura. Eppure il match non diventa mai comodo, perché ogni volta che l’Inter prova a “chiuderla” trova davanti un Napoli che non accetta la narrazione del limite. Questa è la parte stoica: sopperire alle difficoltà con tenacia e passione, senza trasformarle in alibi.

Dentro questa cornice, Scott McTominay è il volto più netto del match. Doppietta e prestazione da leader: non solo finalizzazione, ma presenza, lettura dei momenti, capacità di rimanere dentro la partita anche quando l’inerzia si sposta. È il classico tipo di gara in cui un centrocampista può sparire o diventare riferimento: lui sale in cattedra.

E se il Napoli ha un simbolo, l’Inter ha un merito e un rimpianto. Menzione d’onore a Højlund: domina lo scontro con Akanji, mette fisicità e profondità, e soprattutto si costruisce quell’occasione gigantesca nella ripresa che avrebbe potuto spostare il risultato. Non la capitalizza, e in partite così, la differenza tra “grande prestazione” e “partita risolta” spesso è un pallone.

Il Napoli, comunque, non pareggia solo per reazione: crea anche le sue opportunità, ha occasioni importanti, una chiarissima anche con Di Lorenzo. E quando, con pochissimi cambi disponibili, Conte pesca Lang e quel cambio risulta decisivo, si completa il quadro: la panchina è corta, ma l’idea resta lunga. È qui che il pareggio diventa più di un risultato: è una prova di solidità mentale, di squadra forte davvero, capace di restare competitiva in condizioni sfavorevoli senza rinunciare al proprio modo di stare in campo.

Fiorentina-Milan 1-1: la superiorità che non si traduce è un debito

L’1-1 del Franchi è una partita che sembra chiedere per forza un colpevole. E invece, se la guardi bene, chiede una riflessione più utile: la superiorità non è un concetto, è un’azione compiuta.

Il Milan costruisce un primo tempo in cui trova spazi e occasioni con una chiarezza che dovrebbe orientare la gara. La struttura produce ricezioni pulite, sponde, conclusioni: il calcio, lì, è “semplice” nel senso più nobile. Ma quando la precisione manca tre volte nello stesso tipo di situazione, non è più solo sfortuna: diventa un problema di scelta dell’istante, di rapporto tra calma e fretta.

La Fiorentina, dall’altra parte, legge la partita in maniera opposta e pragmatica: non prova a vincerla subito, prova a non annegare. Si compatta, assorbe, rinuncia a innamorarsi del possesso. Poi, quando alza il baricentro nel momento giusto, trova il gol non come casualità ma come dettaglio studiato: una palla ferma interpretata con un’idea precisa, un movimento che anticipa la traiettoria, un colpo di testa che è prima di tutto lettura.

Dentro ci sta anche l’episodio nervoso dalla panchina: l’espulsione che toglie un pezzo di guida e aggiunge un pezzo di caos. Eppure la squadra non crolla: resta dentro il suo assetto, resiste, e nel finale sfiora persino il colpo pieno.

Il pareggio arriva tardi, con l’ennesima dimostrazione che nel calcio moderno non serve accumulare “buone sensazioni”: serve convertirle. Se sbagli troppo quando devi essere clinico, stai lasciando un credito aperto. E prima o poi quel credito te lo presentano.

Roma-Sassuolo 2-0: contenere non è un piano, è un’attesa

Roma-Sassuolo 2-0 è la partita più “lineare” nel risultato e forse la più istruttiva nel modo. Perché per un’ora abbondante il Sassuolo tiene, sporca la manovra, vive di compattezza e di ripartenze. Ha persino l’occasione per colpire. Ma poi emerge un divario che non riguarda solo la qualità individuale: riguarda la differenza tra occupare lo spazio e controllarlo.

La Roma palleggia tanto, a tratti senza pulizia, e proprio per questo la gara sembra non sbloccarsi: tanti tiri, poca conversione. Ma quella quantità è anche pressione psicologica: è un assedio che consuma, anche quando non fa male subito. L’episodio del rigore prima assegnato e poi tolto per fuorigioco è uno spartiacque emotivo: la partita ti dice che sei vicino, ma non ti dà nulla. E lì si misura la maturità: continui a spingere o inizi a innervosirti?

Il Sassuolo prova a reggere alzando o abbassando il baricentro, ma senza un’alternativa offensiva stabile. E quando la Roma alza i giri, frequenza, corse, ampiezza, arrivano i famosi “centotrenta secondi”: due gol che non sono un blackout improvviso, ma il punto in cui la resistenza diventa stanchezza tattica. Il contenimento, se non ha un contrappeso propositivo, non è strategia: è un timer che scorre.

Como-Bologna 1-1: possesso come responsabilità, non come estetica

Como-Bologna 1-1, con il pareggio al 94’, sembra la classica partita da archiviare con un’etichetta facile: “beffa”, “crollo”, “ingenuità”. Ma qui l’etichetta rischia di nascondere il vero tema: il possesso, quando è consapevole, è una forma di responsabilità.

Il Como gioca tanto, ma non per vanità: gioca per governare il ritmo, per uscire dalla pressione, per portarti dove vuole portarti. Non è la sofisticazione a colpire, è la continuità dell’idea: occupare gli spazi successivi, creare superiorità locali, tenere la partita “viva” anche quando sembra bloccata. Nel finale, quando il Bologna arretra e si compatta dopo l’espulsione, il Como non smette di cercare: allunga la gara, la trascina dentro un ultimo atto che diventa quasi inevitabile.

Il Bologna, invece, mette in scena un paradosso: aggressivo senza diventare dominante. Segna, poi si ritrova a gestire una partita che non controlla davvero, e quando resta in dieci sceglie la prudenza estrema. È comprensibile, ma è anche una resa parziale: concedi all’avversario il diritto di riprovare fino all’ultimo. E quando concedi quel diritto a una squadra che continua a credere nel proprio gioco, prima o poi paghi.

Il gol finale, un gesto tecnico puro, non è solo una “prodezza”. È la conseguenza di un match in cui una squadra ha continuato a produrre domande e l’altra, soprattutto nel primo tempo, non ha costruito abbastanza risposte.

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Autore - Articoli pubblicati: 37

Studente di Giurisprudenza, con esperienza amministrativa e interesse per ambito legale, aziendale e risorse umane.

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