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Un aumento per fidelizzare i dipendenti? Non basta: servono benefit, welfare e autonomia

Un'indagine di Randstad spiega come cambia il rapporto tra datore di lavoro e personale

Non basta un aumento di stipendio, spesso difficile da ottenere, per far sì che un dipendente non dica addio all’azienda per cui lavora. Occorrono benefit e welfare aziendale che impattano positivamente sul potere d’acquisto degli stipendi. Ma anche un equilibrio sostenibile tra vita e lavoro che implica il riconoscimento di una certa autonomia organizzativa al lavoratore. Insomma, la strategia per fidelizzare il personale non passa sempre e solo per il cedolino. E un’indagine condotta da Randstad lo conferma.

Il primo tema è quello degli stipendi. Nell’ultimo anno circa la metà dei dipendenti ha chiesto un aumento, ma solo il 35% è riuscito a ottenerlo e il 23 ha dovuto fare i conti con una retribuzione addirittura più bassa. Qui si registra una differenza sostanziale tra Italia e Stati Uniti. Nel nostro Paese, per quanto ottenere un aumento di stipendio sia difficile, la forza sindacale e gli strumenti di welfare riducono sensibilmente le disparità retributive. Oltreoceano, invece, il mercato del lavoro è deregolamentato e la mancanza di un “paracadute pubblico” spinge i lavoratori a condurre una contrattazione più aggressiva che spesso porta a un aumento di stipendio ma amplia le disuguaglianze.

Ma se l’aumento di stipendio non basta, in che modo un datore di lavoro può fidelizzare il proprio dipendente? Di sicuro concedendo a quest’ultimo un margine di autonomia. Oggi, infatti, gran parte dei lavoratori vuole avere voce in capitolo nell’organizzazione della propria giornata per quanto riguarda gli orari, nel 62% dei casi, e il luogo, nel 55. Non a caso la quota di chi lascia il posto di lavoro lamentando scarsa autonomia è cresciuta dal 27% registrato nel 2025 al 32 dei primi mesi dell’anno in corso. Non solo: due terzi dei lavoratori, soprattutto boomer e donne, dicono che abbandonerebbero il posto di lavoro nell’ipotesi in cui l’elasticità da parte del datore di lavoro dovesse venire meno.

Alla richiesta di autonomia organizzativa da parte dei lavoratori, si aggiunge quella di benefit e welfare aziendale. Il motivo è presto detto: in un contesto in cui ottenere un aumento di stipendio è difficile e i prezzi tendono a salire, certe misure possono rafforzare il potere d’acquisto delle retribuzioni e il benessere percepito dal lavoratore. I datori di lavoro sono consapevoli di questo cambio di paradigma. Circa il 74%, infatti, concorda sul fatto che maggiore autonomia e welfare siano in grado di accrescere il coinvolgimento, la produttività e la fidelizzazione del personale dipendente e dei collaboratori.

Quanto ai datori di lavoro, Randstad percepisce un cambiamento anche sul loro versante. In fase di assunzione, l’86% di loro tende ormai a valutare competenze ed esperienze più delle qualifiche formali. E il 74% ritiene superati i tradizionali percorsi di crescita professionale, cioè quelli che si sviluppano per promozioni successive. Oggi, d’altra parte, si parla di “carriere a portafoglio”: i lavoratori tendono a cambiare frequentemente posizione, settore o progetto, in modo tale da acquisire un bagaglio di competenze ed esperienze diverse. Di conseguenza, cambia il concetto stesso di carriera. E i numeri lo certificano: nel 2025 promozioni e sviluppo in azienda interessavano il 74% degli intervistati, oggi solo il 57.

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Direttore Editoriale - Articoli pubblicati: 201

Libero Professionista, impegnato oltre che sul fronte dei servizi e prestazioni connesse al tema della prevenzione degli infortuni in ambienti di lavoro, ha maturato una notevole esperienza nell’ambito delle relazioni sindacali, ed oggi è tra i fondatori di diverse realtà sindacali di carattere Nazionale.

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